Il possibile no dell’Italia all’accordo tra Mercosur e Unione Europea non è una mossa ideologica né un rigurgito protezionista. È una valutazione geoeconomica che tiene insieme numeri, struttura produttiva e sostenibilità del sistema Paese. L’Italia guarda ai dati e vede uno squilibrio che oggi non può permettersi.
Il primo nodo riguarda l’agricoltura. Il sistema agroalimentare italiano vale circa 580 miliardi di euro lungo l’intera filiera e rappresenta oltre il 25 per cento del PIL esteso. L’Italia è il primo Paese europeo per valore aggiunto agricolo e conta più di 320 prodotti DOP e IGP, un primato continentale. L’accordo Mercosur prevede contingenti aggiuntivi di carne bovina sudamericana per circa 99 mila tonnellate annue, oltre a quote rilevanti su pollame, zucchero ed etanolo. Si tratta di produzioni realizzate con costi medi inferiori del 30 40 per cento rispetto a quelli europei grazie a standard ambientali, sanitari e sul lavoro molto meno stringenti. Questo non è libero scambio, è concorrenza asimmetrica che colpisce direttamente le aziende agricole italiane, già sotto pressione per costi energetici e inflazione.
Il secondo tema è la bilancia dei benefici. Nel 2024 l’interscambio tra Italia e Paesi Mercosur è stato di circa 16 miliardi di euro. L’Italia esporta soprattutto macchinari, impianti industriali, automotive e chimica, ma continua a scontrarsi con barriere non tariffarie, burocrazia doganale e requisiti tecnici che limitano l’accesso reale ai mercati sudamericani. Secondo stime industriali, oltre il 20 per cento delle esportazioni italiane potenziali verso l’area viene frenato da ostacoli regolatori. Aprire ulteriormente il mercato europeo senza garanzie operative di reciprocità significa amplificare uno squilibrio già esistente.
C’è poi una questione di modello economico. L’accordo Mercosur rafforza uno schema centro periferia in cui l’Europa esporta beni ad alto valore aggiunto e importa materie prime e prodotti agricoli. In un contesto globale segnato da shock sulle catene di approvvigionamento, questo aumenta la vulnerabilità sistemica. L’Italia è una potenza manifatturiera diffusa, con filiere integrate e territori produttivi interconnessi. Esporsi a una maggiore dipendenza esterna su settori sensibili come il cibo significa ridurre margini di resilienza.
Infine c’è il fattore sociale e politico. Il comparto agricolo italiano occupa oltre 900 mila addetti diretti e più di 3,5 milioni lungo la filiera. Un impatto negativo anche limitato avrebbe effetti immediati su redditi, occupazione e consenso, in una fase in cui il potere d’acquisto è già sotto pressione.
Per questo l’Italia non dice no al Mercosur per principio. Dice no a un accordo concepito vent’anni fa e non aggiornato alla nuova geoeconomia fatta di sicurezza alimentare, sovranità produttiva e reciprocità reale. I numeri, oggi, raccontano questa storia. E ignorarli sarebbe un errore strategico.



