Mentre in Iran sono ore contate e animi sospesi prima delle decisioni irrevocabili di un attacco più o meno sanguinolento da parte degli Stati Uniti, da Londra alza la voce la Premio Nobel iraniana Shirin Ebadi. Spiazza tutti e dice cose che sorprendono, raccontando da una parte di un sentimento condiviso dalla popolazione iraniana che dopo due settimane di proteste e di repressione selvaggia chiede aiuto. La Ebadi è certa che gli ayatollah faranno qualunque cosa per rimanere al potere. La vera guerra in corso in Iran è tra il regime e la popolazione e questo è un dato di fatto. Da otto giorni non c’è internet, hanno paura delle foto e dei video che possano arrivare all’estero, perché quello che fanno è mostruoso. Il bilancio delle vittime della repressione è altissimo c’è chi parla di 30mila persone uccise, ma è impossibile confermare. Dall’analisi e dalla fotografia che Shirin Ebadi ne fa dal Regno Unito si evince che ora chiedere aiuto è l’unica arma per la salvezza. Chiederlo agli Usa di Trump? Ma come? Secondo lei esiste una terza via e un modus più civile e meno sanguinolento, non certo un attacco militare, perché creerebbe vittime a sua volta. Potrebbero approfittare di un attacco diretto magari un cyber attacco direttamente verso l’abitazione del leader supremo. Testuali parole della Ebadi: “Secondo me possono pensare anche di attaccare la casa di Ali Khameni, il leader supremo, in modo che questo anziano di 88 anni venga ucciso e con lui le sue guardie personali. Questo sì che darebbe un duro colpo al regime.” Strategia da salotto o effettivi piani di spionaggio e contro spionaggio certo è che gli Usa di Trump stanno meditando anche e soprattutto a livello diplomatico come fare, soprattutto per non creare l’ennesimo conflitto bellico che sullo scacchiere geopolitico oggi peserebbe non poco.



