Foibe. La storia sconosciuta del confine orientale italiano

martedì, 10 Febbraio 2026
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Le foibe sono una vicenda storica reale, documentata, complessa, e proprio per questo spesso ridotta a slogan contrapposti di stampo politico. Capirla richiede tempo, contesto e serietà. Tutte cose che la propaganda, da qualunque parte provenga, detesta.

Il termine foiba indica cavità naturali del Carso, profonde anche decine o centinaia di metri, diffuse tra Istria, Venezia Giulia e Dalmazia. Pozzi naturali che, tra il 1943 e il 1945, divennero luoghi di occultamento dei corpi di persone uccise durante una stagione di violenza politica ed etnica senza precedenti in quell’area.

Per capire le foibe bisogna partire da prima. Dopo la Prima guerra mondiale, l’Italia ottenne territori abitati da popolazioni miste: italiani, sloveni, croati. Il fascismo scelse una linea dura: snazionalizzazione forzata, repressione culturale, chiusura di scuole slave, italianizzazione dei cognomi, uso sistematico della violenza politica. Questo non giustifica ciò che accadrà dopo, ma spiega perché il confine orientale fosse una polveriera.

Durante la Seconda guerra mondiale, l’occupazione italiana della Jugoslavia (1941-43) aggravò ulteriormente la situazione: rastrellamenti, campi di internamento, rappresaglie contro civili. Alla caduta del fascismo l’8 settembre 1943, il potere statale italiano collassò. In quel vuoto si inserirono i partigiani jugoslavi guidati da Josip Broz Tito, con un obiettivo chiaro: consolidare il controllo del territorio e preparare l’annessione alla futura Jugoslavia socialista.

Le violenze note come “foibe” si collocano in due fasi principali: l’autunno 1943 e la primavera-estate 1945. Le vittime furono militari italiani, funzionari dello Stato, membri delle forze dell’ordine, fascisti, ma anche civili italiani non coinvolti, oltre a sloveni e croati considerati oppositori del nuovo potere comunista.

Molti furono uccisi sommariamente; alcuni dopo processi improvvisati; altri morirono in carcere o durante deportazioni nei campi jugoslavi. In diversi casi i corpi furono gettati nelle foibe, che divennero simbolo di un più ampio sistema di repressione politica e nazionale.

Le stime delle vittime sono oggetto di dibattito storiografico serio, non di tifo. Le ricerche più accreditate parlano di alcune migliaia di morti, includendo anche i decessi avvenuti fuori dalle foibe ma nello stesso contesto repressivo. Gonfiare o minimizzare i numeri non rende più giustizia ai morti: rende solo più povero il dibattito.

Alle violenze si aggiunse un altro fenomeno cruciale: l’esodo. Con il passaggio dei territori alla Jugoslavia sancito dai Trattati di pace di Parigi, tra 230.000 e 350.000 italiani lasciarono Istria, Fiume e Dalmazia. Non tutti furono espulsi con la forza, ma il clima politico, le discriminazioni, le nazionalizzazioni e la repressione resero per molti impossibile restare.

Fu uno dei più grandi spostamenti di popolazione dell’Europa del dopoguerra. Per decenni, però, questa storia rimase ai margini della memoria pubblica italiana: scomoda, politicamente ingombrante, difficile da inserire nel racconto resistenziale dominante.

Solo dagli anni Novanta in poi, e in modo più netto dal 2004 con l’istituzione della Giornata del Ricordo (10 febbraio), la vicenda delle foibe e dell’esodo è entrata stabilmente nel discorso pubblico italiano. Non sempre nel modo migliore.

Il rischio è doppio. Da un lato, strumentalizzare le foibe come arma politica, isolandole dal contesto storico per costruire narrazioni identitarie semplificate. Dall’altro, ridurle a “vendette comprensibili”, minimizzando la portata delle violenze e negando la sofferenza delle vittime italiane. Entrambe le operazioni tradiscono la storia.

Le foibe ci ricordano una verità che mette a disagio: le guerre di confine sono sempre guerre sporche, dove ideologia, nazionalismo e vendetta si intrecciano. Non esistono memorie innocenti, ma esistono fatti. E i fatti dicono che migliaia di persone furono uccise o costrette all’esilio perché considerate un ostacolo a un progetto politico e nazionale.

Studiare le foibe non serve a riscrivere la storia, ma a imparare a leggerla senza paraocchi. È un esercizio di maturità civile, non un regolamento di conti. E come tutti gli esercizi difficili, richiede tempo e silenzio quando serve, oltre al coraggio di tenere insieme più verità senza spezzarle per comodità.

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