La Camera Usa frena Trump sui dazi al Canada: 219 voti contro la linea della Casa Bianca

venerdì, 13 Febbraio 2026
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A Washington è andata in scena una crepa politica che pesa più dei numeri, ma che dai numeri parte. La Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti ha approvato con 219 voti favorevoli e 211 contrari una risoluzione per bloccare i nuovi dazi imposti dal presidente Donald Trump sulle importazioni dal Canada. Sei deputati repubblicani hanno votato contro la linea della Casa Bianca, consegnando di fatto la vittoria ai democratici.

Il dato politico è semplice: la maggioranza repubblicana è risicata e ogni defezione pesa. Con 435 seggi complessivi, la soglia della maggioranza è 218. Bastano pochi voti fuori linea per ribaltare l’esito. Ed è esattamente ciò che è accaduto. In un Congresso polarizzato, sei voti sono un terremoto.

Sul piano economico, la posta in gioco non è marginale. Gli Stati Uniti e il Canada scambiano ogni anno beni e servizi per oltre 700 miliardi di dollari. Parliamo di filiere integrate, soprattutto in settori strategici come automotive, energia, acciaio e componentistica industriale. L’introduzione di tariffe fino al 35% su alcune categorie merceologiche avrebbe effetti diretti sui prezzi interni e sulle catene di approvvigionamento nordamericane. In economia i dazi non sono mai neutri: funzionano come un’imposta indiretta che, nella maggior parte dei casi, finisce per scaricarsi sui consumatori o sulle imprese che utilizzano quei beni come input produttivi.

La risoluzione votata alla Camera è una “disapproval resolution”: non cancella automaticamente le tariffe. Per diventare effettiva dovrebbe essere approvata anche dal Senato e superare un eventuale veto presidenziale, che richiederebbe una maggioranza qualificata dei due terzi. Scenario al momento improbabile. Ma il segnale politico è forte.

Il deputato democratico Gregory Meeks ha rivendicato il ruolo costituzionale del Congresso nella regolazione del commercio estero. Tradotto: la politica commerciale non può essere solo uno strumento esecutivo, soprattutto quando incide su flussi che valgono centinaia di miliardi.

La vicenda racconta una tensione strutturale nella politica americana contemporanea: protezionismo contro integrazione delle filiere, potere presidenziale contro prerogative parlamentari. Non è solo una questione di dazi. È un test sulla tenuta della maggioranza e sulla capacità del Congresso di esercitare controllo sull’esecutivo in materia economica. E quando si parla di 700 miliardi di scambi annui, la politica smette di essere retorica e diventa matematica.

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