È ormai dal primo di gennaio che possiamo vedere sul grande schermo Una di famiglia, il nuovo film con Sidney Sweeney, nota star di Euphoria, sempre più presente al cinema, dapprima come attrice e ora anche come produttrice.
Il film tratta di Millie, una giovane donna che riesce a farsi assumere come governante nella lussuosa villa dei Winchester. Ma la nostra protagonista scoprirà dopo poco che non è esattamente il lavoro dei suoi sogni e che Nina Winchester è una donna instabile e collerica che la sfrutta al massimo. L’unico aspetto positivo per Millie è Andrew, il marito di Nina, un uomo bellissimo e infinitamente paziente. Ma non tutto è come sembra, così come non è tutto oro quello che luccica.
La storia di Una di famiglia era già una hit prima di essere trasportata sul grande schermo. Il film deriva da uno dei libri più venduti degli ultimi anni, un romanzo di Freida McFadden, all’inizio auto-pubblicato su Amazon e poi diventato virale, che ha venduto più di 4,5 milioni di copie nel mondo intero. Presente in massa in ogni libreria, c’è chi ha adorato questo libro e chi l’ha definito “francamente una trashata”. Come accade spesso in questi casi, sorge allora spontanea la domanda: c’è del vero spessore in questo libro? E se no, perché tutto questo successo? Ma soprattutto, l’adattamento al cinema fa giustizia all’originale?
Noi di InBolla cercheremo di dare qualche risposta analizzando tre elementi cambiati nel film rispetto al libro, all’apparenza minimi, ma capaci di darci delle prime risposte.
Per chi vuole evitare gli spoiler si consiglia di fermarsi qui.
In difesa del trash
In un momento in cui ovunque si moltiplicano i femminicidi, Una di famiglia riesce a fare una cosa molto importante, cioè incastrare temi complessi e attualissimi di femminismo, lotta di classe, violenza coniugale e manipolazione maschile, in un pacchetto pop super accessibile, proponendoci un thriller in stile blockbuster, accompagnato da una campagna marketing che si rivolge in primo luogo ad un pubblico femminile.
Il libro è perfetto? Il film ancora di più? Assolutamente no. Ma Una di famiglia tiene conto di una cosa molto importante… che è l’accessibilità. Infatti, attraversando tutti gli stereotipi e codici tipici dei romanzi rosa e di un classico film d’intrattenimento, la trama spiana la strada per un plot twist che rivela un messaggio importante che viene trasmesso direttamente al tipo di pubblico che ha bisogno di sentirlo: è molto facile cadere nella trappola di una relazione tossica, soprattutto se si è una giovane donna in una situazione precaria.
Di fatto, nella seconda parte del film scopriamo che la vera minaccia è Andrew, che si rivela essere un uomo violento dalle tendenze psicopatiche e che, dopo aver soggiogato Nina con la promessa di un futuro dorato, pensa di fare lo stesso con Millie.
Dalla pagina allo schermo
Cosa rende un adattamento un buon adattamento?
L’importante non è rispettare alla lettera ogni elemento del libro. Dopotutto, se fosse così non avremmo bisogno di un adattamento. Il vero obiettivo è mantenere nei tagli e cambiamenti “l’essenza” della storia originale. E Una di famiglia ci dà qualche ottimo esempio di cosa fare e cosa non fare.
1. Cosa fare
Nel libro la stanza offerta a Millie è molto piccola, ansiogena e francamente brutta. Nel film non è così, la stanza è molto carina, cosa che molti spettatori hanno commentato in modo ironico sui social, dicendo che sembra uscita dall’annuncio di un Airbnb.
Ma per quanto non fedele al materiale originale, questo cambiamento è in realtà molto riuscito. Uno dei concetti principali che la trama cerca di esprimere, è che le apparenze ingannano e che anche un uomo apparentemente perfetto, borghese e galante può rivelarsi violento e crudele a porte chiuse. E la strategia che Andrew applica, prima a Nina e poi a Millie, è quella della manipolazione e del love bombing, costruita sull’illusione patriarcale dell’uomo forte e generoso capace di proteggere e provvedere. Offrire a Millie una stanza apparentemente accogliente rispecchia quindi molto meglio questo tema così come la promessa di un futuro materiale confortevole.
2. Cosa forse fare o forse no
Nel libro la prima punizione che Andrew inflitta a Millie una volta rinchiusa nell’attico, è di portare per ore dei libri pesanti sulla pancia. Nel film questa scena è stata cambiata e Andrew la costringe a farsi dei tagli nella pancia con i cocci del servizio di ceramica che la ragazza ha fatto cadere.
Questo cambiamento ha i suoi pregi e i suoi difetti. In un certo senso, anche se forse un po troppo sottolineato, questa scelta permette di inscenare un’ immagine più simbolica e cinematografica che rispecchia alla perfezione il tema delle apparenze fragili e pericolose, così come il momento di non ritorno in cui qualcosa – la relazione – si spezza irreparabilmente.
Al contempo questa azione non è coerente col personaggio. Andrew è un uomo che vuole controllare al 100% l’apparenza e l’estetica della donna al suo fianco, infatti non sopporta nemmeno l’idea della ricrescita dei capelli visibile. Pensare che costringa la sua compagna a tagliarsi la pancia è dunque alquanto improbabile visto il rischio che le rimangano delle cicatrici sgradevoli. Così facendo, questa alterazione sposta il racconto verso l’horror e rafforza la figura del mostro psicopatico, a costo però di perdere alcune sfumature importanti della personalità del personaggio e del sistema patriarcale che dovrebbe rappresentare.
3. Cosa non fare
Infine, arriviamo al cambiamento apparentemente più frivolo, ma che è al contempo il più sfortunato.
Nel libro il primo conflitto tra Millie e Nina si crea quando durante il suo primo giorno di lavoro Millie propone alla figlia di Nina un panino col burro d’arachidi trovato in cucina. All’ultimo momento Nina la ferma in piena collera dicendo che la bambina è allergica e rischia di morire. Più tardi capiremo che questo incidente è stato orchestrato da Nina per iniziare a rendere la vita impossibile a Millie.
Questa scena nel libro è particolarmente importante perché riflette alla perfezione come Nina, cercando di far soffrire Millie, replica il tipo di tortura che ha conosciuto da suo marito, instaurando un gioco complesso tra gaslighting, incomprensioni e sensi di colpa.
Infatti, in questa situazione Millie sa, o pensa di sapere, che l’incidente del burro d’arachidi non è colpa sua, ma rimane col dubbio e si rimprovera di non aver pensato all’eventualità che la bambina fosse allergica, quando invece il tutto è una trappola. Ed è esattamente questo il meccanismo delle relazioni tossiche. La vittima sa che quello che le succede non è giusto ma allo stesso tempo il suo aggressore le fa credere che è colpa sua, che sia per le cose che fa, che dice o per come si veste. Ed è proprio in questo spazio incerto tra dubbio e sensi di colpa, che si manifesta la violenza ed è in questa stessa ambiguità che viene mantenuto il controllo.
Nel film il burro d’arachidi invece non compare, e Millie si sveglia semplicemente per le urla di una Nina furiosa che mette sottosopra la casa dicendo che Millie le ha rubato gli appunti per una riunione importante, cosa chiaramente falsa di cui sia Millie che lo spettatore sono pienamente consapevoli. Togliere la scena del burro d’arachidi significa quindi eliminare un momento fondamentale del libro, necessario per rispecchiare come le vittime delle relazioni tossiche si perdono poco a poco nelle dinamiche di controllo. E così facendo, anche questo cambiamento finisce per spostare la trama più verso l’horror e il thriller nel senso classico, perdendo in grande parte la sua capacità di delineare il percorso la violenza psicologica che porta alle violenze coniugali.
Per farla breve, Una di famiglia ci insegna diverse cose. Prima fra tutte, di non fermarsi mai alle apparenze, anche quando si tratta di un blockbuster dall’aspetto un po’ trash, e, secondo, di non ignorare mai l’importanza dei dettagli negli adattamenti, anche, o forse soprattutto, quando si tratta di un semplice barattolo di burro d’arachidi. E, ovviamente, di non sposare mai il principe azzurro venuto a salvarci.



