L’Italia resta tra le maggiori economie mondiali per PIL nominale, ottava secondo il World Economic Outlook del FMI (gennaio 2026), ma l’architettura strutturale è la dinamica dei salari reali, ovvero la ricchezza aggregata non si traduce automaticamente in redditi adeguati per la classe media. I numeri spiegano perché.
Secondo l’ISTAT, la retribuzione media annua lorda nelle imprese con almeno 10 addetti è tra 31 e 33 mila euro; nell’industria supera i 38 mila, nelle costruzioni è attorno ai 32 mila, mentre in alloggio e ristorazione scende spesso sotto i 25 mila euro. Oltre 10 milioni di lavoratori italiani percepiscono meno di 25 mila euro lordi annui e più di 6 milioni meno di 15 mila. Nel frattempo, l’indice delle retribuzioni contrattuali è cresciuto a ritmi inferiori rispetto agli shock inflattivi recenti (ISTAT), erodendo il potere d’acquisto soprattutto dei redditi medio-bassi.
Sul fronte occupazionale, il tasso è risalito oltre il 61% (ISTAT, Forze di Lavoro), ma la qualità del lavoro e la progressione salariale restano critiche. In Italia lavorano circa 2,4 milioni di cittadini stranieri, pari a circa il 10% degli occupati (Ministero del Lavoro). L’incidenza è più elevata nei comparti a bassa retribuzione: agricoltura ~18%, turismo/ristorazione ~17%, costruzioni ~16%. È una fotografia della struttura produttiva: dove il valore aggiunto per addetto è basso, la pressione sui salari è maggiore.
Qui entra in gioo il caso di studio Alto Adige, territorio con PIL pro capite tra i più alti d’Italia e tasso di occupazione oltre il 75%. Eppure vive una tensione salariale evidente. Con affitti che possono superare i 1.000 euro al mese per un bilocale, uno stipendio netto tra 1.500 e 1.700 euro, tipico di molti servizi, lascia margini ridotti per risparmio e stabilità. Non sorprende che parte dei giovani qualificati, formati in provincia, scelga mercati con un miglior rapporto salario/costo della vita, come grandi città d’Italia, Austria, Germania e talvolta Svizzera. È mobilità obbligata perchè manca plusvalore. Parallelamente, oltre il 35% delle nuove assunzioni in provincia di Bolzano riguarda lavoratori stranieri, spesso concentrati nei segmenti a bassa marginalità. Il differenziale di potere d’acquisto rende quei salari competitivi rispetto ai Paesi d’origine, attenuando la pressione sugli aumenti. Non rende più ricco il territorio, perchè i salari non impattano localmente e vengono spesi altrove (dove hanno un valore diverso, una regola del mercato del lavoro).
Perché il sistema tende a “puntare” su lavoro a basso impatto salariale? La risposta è nella produttività. L’OCSE documenta che la produttività del lavoro italiana è sostanzialmente stagnante da oltre vent’anni. Se il valore aggiunto per addetto cresce poco, i margini per alzare i salari sono limitati. In molti settori labour intensive l’equilibrio si regge su costi contenuti. La disponibilità di manodopera mobile, spesso stagionale, riduce la necessità di aumenti strutturali per attrarre personale nei ruoli operativi.
Il risultato è un doppio movimento: capitale umano in uscita nei segmenti ad alta specializzazione e copertura dei segmenti operativi con lavoro più disponibile e flessibile. La questione non è la provenienza dei lavoratori, ma la struttura del valore aggiunto. Senza un salto di produttività, innovazione e capitalizzazione delle imprese, soprattutto nei servizi e nei settori a bassa marginalità, la classe media resta compressa.
L’Italia rimane una grande economia in termini nominali (FMI), ma la sostenibilità sociale dipende dalla capacità di trasformare crescita aggregata in salari reali coerenti con il costo della vita. L’esempio dell’Alto Adige mostra che anche un territorio ricco può avere un problema salariale se il valore prodotto non si traduce in progressione retributiva. Finché questo scarto persiste, la classe media si assottiglia e la mobilità diventa la valvola di sfogo, di fatto impoverendo anche le classi sociali più basse. Il benessere economico “scala” se la classe media ha possibilità di spesa, il vero motore del Paese sono cittadini medi e Pmi, due asset che dal 1992 sono vessate da tassazione elevata e potere d’acquisto in picchiata (la classe media non ha diritto a sussidi, bonus ed altro).
Serve un piano industriale nazionale, che rimetta al centro la produttività, non ci sono altre soluzioni.
Fonti: ISTAT (Struttura delle retribuzioni; Retribuzioni contrattuali; Forze di Lavoro), Ministero del Lavoro (Rapporti su occupazione stranieri), OCSE (Productivity Statistics), FMI – World Economic Outlook (ottobre 2025).
