Ieri sera, alla stessa ora, si sono concluse le Olimpiadi di Milano-Cortina e (sostanzialmente) il campionato di Serie A.
Mentre all’Arena di Verona si celebrava l’italianità e la fiaccola olimpica veniva passata idealmente alle Alpi francesi, che ospiteranno i prossimi Giochi, con la sconfitta a San Siro del Milan per mano del Parma l’Inter ha scavato un solco di dieci punti sulle inseguitrici, chiudendo di fatto la lotta per il primato.
Due eventi sportivi avvenuti in contemporanea che però non potrebbero essere più distanti.
Mentre le Olimpiadi, per due settimane, hanno riconciliato il pubblico con la purezza del gesto atletico, il rispetto tra avversari e storie di altruismo, il calcio italiano sta attraversando una fase nel quale lo sport è stato relegato in secondo piano, con scene degne (per citare una celebre espressione pubblicitaria) dei “peggiori bar di Caracas”. Da un lato fair play, facce pulite, scene di gioia e di sconforto vissute con dignità. Dall’altro urla, parolacce, simulazioni, accuse e frecciate.
Se la neve ha restituito l’immagine di un’umanità ritrovata, l’erba dei nostri stadi continua a produrre il frastuono di una polemica infinita.
Sulle piste e sul ghiaccio abbiamo assistito a una liturgia di valori che ha commosso il mondo: l’inchino delle avversarie a Federica Brignone, l’omaggio di Émilien Jacquelin a Marco Pantani, la fuga nel bosco di un inconsolabile Lie McGrath, la dedica di Federico Tommasoni a Matilde Lorenzi.
Il campionato di Serie A, invece, si conferma un susseguirsi di veleni, lamentele e risse verbali, dove il merito viene sistematicamente sporcato e delegittimato dal sospetto. Il primato dell’Inter così è finito quasi in secondo piano dopo la partita contro la Juventus; il Napoli si sente derubato, il Milan pure e l’elenco potrebbe allungarsi verso l’infinito.
Proprio alla luce del confronto impietoso con i Giochi invernali, qualcuno nel mondo dello sport forse dovrebbe cominciare a porsi una domanda: il nostro calcio può ancora permettersi di viaggiare su un binario così tanto distante rispetto a quello degli altri sport, senza incorrere nel rischio di finire schiacciato su sé stesso?
Gli ascolti eccellenti di queste Olimpiadi hanno confermato, per l’ennesima volta, che le altre discipline sportive appassionano, vengono seguite e raccolgono sempre più iscritti e praticanti (si pensi soltanto al fenomeno Sinner). Questo appeal non può essere slegato dai valori e dai principi etici che esprimono, così come è lecito pensare che la loro crescita potrebbe avvenire a discapito del bacino calcistico, sempre meno attrattivo a causa dell’immagine che dà di sé.
Urge lavorare per colmare la distanza che separa lo spirito dei cinque cerchi dalla miseria di un calcio che ha smesso di essere un esempio. Restare a guardare, credendo che nulla cambierà, può essere molto rischioso.
