C’è qualcosa di più grave di un furto in un grande magazzino. È il furto compiuto da chi dovrebbe prevenire i furti. È questo il cuore dell’“Effetto Rogoredo”: luoghi simbolo della presenza dello Stato che diventano teatro di un cortocircuito morale prima ancora che penale. Stavolta succede a Roma Termini, dentro la Coin di via Giolitti, dove secondo la Procura 21 tra poliziotti e carabinieri avrebbero partecipato a un sistema di ruberie sistematiche. In tutto gli indagati sono 44.
Il dato che accende i riflettori è l’ammanco: 184 mila euro nel 2024, pari al 10,8% del fatturato. Una voragine rispetto al fisiologico 2-3% che ogni anno sparisce dagli scaffali di qualsiasi punto vendita. Non un episodio isolato, ma – stando alle accuse – novanta casi in tre o quattro mesi. Piccoli prelievi quotidiani: borse, cappelli, giacche, intimo, cosmetici, profumi. Mai il colpo grosso, sempre la sottrazione silenziosa. La goccia che diventa fiume.
Il meccanismo, ricostruito anche grazie alle telecamere installate da una società investigativa privata, sarebbe stato semplice quanto efficace: una cassiera avrebbe messo da parte la merce, rimosso le placche antitaccheggio, preparato le buste e consegnato tutto al passaggio delle divise. Un sistema discreto, ripetuto, apparentemente invisibile.
Tra gli indagati – sempre secondo l’ipotesi accusatoria – non figurano solo agenti semplici, ma anche figure apicali della Polfer e sottufficiali dell’Arma in servizio proprio nello scalo. E vale per tutti la presunzione di innocenza fino a sentenza definitiva. Ma il problema, ancora una volta, supera il codice penale.
Perché quando, secondo l’ipotesi accusatoria, la divisa sarebbe stata usata come lasciapassare per lo “shopping” senza scontrino, il danno non si misura soltanto in euro. Si misura in fiducia pubblica. E soprattutto si abbatte su chi quella divisa la merita davvero.
La stragrande maggioranza di poliziotti e carabinieri lavora in silenzio, tra turni massacranti, rischi concreti e stipendi che non compensano le responsabilità. Basta però una minoranza infedele a sporcare l’immagine di tutti. È questa la beffa più amara: che a pagare, sul piano della credibilità, siano anche gli onesti.
L’“Effetto Rogoredo” non riguarda soltanto dei casi di cronaca. È un monito. Perché ogni volta che chi deve far rispettare la legge la piega al proprio tornaconto, non si ruba soltanto merce. Si ruba autorevolezza allo Stato. E quella, a differenza di una borsa o di un profumo, non si reintegra con un inventario.
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