Oggi è il quarto anniversario della guerra in Ucraina. Secondo la prospettiva del bicchiere mezzo pieno, Volodymyr Zelensky dovrebbe essere discretamente soddisfatto: è ancora al suo posto e l’Armata russa è impantanata nel Donbass. Guardando invece alla parte vuota del bicchiere, il leader ucraino è in gravi difficoltà: il suo popolo è sfibrato e gli manca l’appoggio più importante, quello degli Stati Uniti d’America.
Oggi, nella ricorrenza dell’inizio delle ostilità, sono arrivati a Kiev i massimi esponenti delle istituzioni europee, a partire dalla leader della Commissione, Ursula von der Leyen, e dal presidente del Consiglio, Antonio Costa. Hanno pronunciato parole solenni in favore della causa ucraina. «Non ci arrenderemo finché non sarà ristabilita la pace, la pace alle condizioni dell’Ucraina», ha detto la presidente dell’organismo di Bruxelles. Costa si è da parte sua scagliato contro Viktor Orban, che ha bloccato il prestito di 90 miliardi di aiuti a Kiev esercitando il diritto di veto. Il presidente del Consiglio europeo ha definito «inaccettabile» l’azione del leader ungherese e ha promesso che «prima, piuttosto che poi, avremo il prestito».
Sono dichiarazioni che vogliono essere di incoraggiamento per Zelensky, ma nella sostanza suonano come parole di consolazione per il leader di Kiev. Questo è un periodo estremamente difficile per Zelensy. La sua gente, stremata, sta vivendo un inverno al buio e al freddo. La strategia russa degli attacchi di droni e di missili contro le infrastrutture civili dell’Ucraina sta complicando non poco la vita quotidiana delle persone.
Gli ucraini – è vero – hanno dimostrato in questi quattro anni di distruzioni e di lutti una eccezionale capacità di resistenza, ma non potrà durare all’infinito. Vladimir Putin, viceversa, sta abituando il suo popolo alla condizione di guerra permanente, anche se i costi umani che sta sopportando la Russia sono ingenti. Nessuno sa realmente a quanto ammontino i caduti russi, ma un motivo ci sarà pure se, a rimpiazzare le perdite al fronte, sono stati inviati lo scorso anno soldati nordcoreani ed ora, pare, anche “volontari” africani, provenienti dalle zone in cui ha operato la Wagner.
Il problema è che non si vede uno spiraglio di pace nelle trattative-farsa. Le condizioni poste da Putin sono inaccettabili per Kiev: oltre alla cessione a Mosca delle aree del Donbass non ancora conquistate dai russi, ci sono anche la neutralità permanente dell’Ucraina, la drastica riduzione delle sue capacità militari ed elezioni politiche sotto le bombe.
Ma la condizione più pesante è che Zelensky può contare solo sull’aiuto europeo. Il grande alleato americano fa pressioni su Kiev affinché accetti la resa che sta chiedendo di fatto Mosca. Steve Vitkoff, l’inviato-affarista di Donal Trump, ha definito «scema» la guerra in corso, senza il minimo riguardo per le sofferenze patite dagli ucraini in questi quattro anni. Il fatto è che il presidente americano punta a chiudere al più presto il dossier Kiev per siglare con Putin un grande accordo commerciale che in qualche modo allontani il più possibile il Cremlino dalla Cina, che rimane la grande ossessione della politica estera trumpiana.
“The Donald” sta dando l’ultimo colpo di piccone al già disastrato multilateralismo degli ultimi decenni. L’America di Trump ha smesso l’abito finto buonista ed equivocamente cosmopolita dei presidenti democratici, i quali circondavano il perseguimento degli interessi della superpotenza con gli sdilinquimenti sulla difesa dei diritti umani e della democrazia. Alla Casa Bianca non importa nulla, nella realtà, dell’ordine internazionale, interessa solo promuovere il business e assicurare la tranquillità delle rotte energetiche e commerciali in un mondo dominato dalla politica di potenza. A Trump interessa solo di curare gli interessi americani alternando seduzioni e minacce di guerra ai grandi player mondiali.
C’è anche da dire che il multilateralismo è stato già abbondantemente picconato da chi dovrebbe promuoverlo per primo, vale adire le Nazioni Unite. Oggi l’Assemblea dell’Onu è in mano di fatto agli antiamericani e agli antioccidentali, sotto sotto manovrati dalla Cina, che fa valere in politica la potenza economica.
La risposta di Trump a questo tentativo di accerchiamento è spregiudicata e, a suo modo, creativa. Il Board of peace per Gaza è una sorta di anti-Onu che mescola in modo originale business e geopolitica.
Restano al dunque, dalla parte di Volodymyr Zelesky, solo le anime belle europee, che non hanno evidentemente capito (o fanno finta di non capire) in che mondo viviamo. Se a Kiev è sempre buio, a Bruxelles domina sempre la nebbia.



