Smart working, la sentenza che cambia i confini del lavoro. Ecco i pro e i contro

mercoledì, 25 Febbraio 2026
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“Se anche l’incidente domestico diventa infortunio professionale, i confini tra vita e lavoro si assottigliano. Il rischio è culturale prima ancora che giuridico: una reperibilità permanente”.

Inizia con questa riflessione il commento di Stefano Tomelleri, professore di Sociologia dei fenomeni collettivi presso l’Università di Bergamo, rispetto alla sentenza del Tribunale di Padova che ha riconosciuto come infortunio sul lavoro la caduta di una lavoratrice, avvenuta nella propria abitazione durante l’orario di smart working.

Una decisione destinata a fare scuola e che ha acceso il dibattito sul tema.

Nell’aprile del 2022 la donna, dipendente del dipartimento giuridico dell’Università di Padova, stava partecipando a una riunione al PC nella propria abitazione e, nel tentativo di recuperare alcuni fogli caduti a terra, era inciampata riportando una doppia frattura alla caviglia destra. Con la sentenza del Tribunale la lavoratrice ha ottenuto il riconoscimento dell’invalidità (quantificata al 9% in accordo con l’INAIL).

Secondo Tomelleri “la sentenza trasforma simbolicamente la casa in spazio produttivo riconosciuto. Il sociologo tedesco Jürgen Habermas già negli anni ’80 parlava di “colonizzazione del mondo vitale” da parte dell’economia e della burocrazia, che invadono la sfera privata. Quando non esiste più uno spazio “altro” rispetto al lavoro aumentano lo stress, l’auto-sorveglianza e il senso di responsabilità individuale. Il confine, che prima era fisico, diventa psicologico e dunque molto più difficile da difendere”.

Per Tomelleri, già presidente dell’Associazione Italiana di Sociologia, la sentenza amplia le tutele ma, inevitabilmente, ridefinisce anche responsabilità e poteri. “Se il datore di lavoro fosse anche garante della sicurezza domestica, potrebbe essere spinto a regolamentare gli spazi privati. La protezione rischierebbe così di trasformarsi in una forma sottile di sorveglianza e, in nome della prevenzione, potrebbero moltiplicarsi controlli, autocertificazioni e standard obbligatori per l’abitazione adibita a luogo di lavoro”.

La vera sfida posta dalla sentenza, aggiunge, è quella di “bilanciare sicurezza e libertà, evitando che la tutela diventi un’ingerenza nella vita domestica. Senza questo equilibrio, il riconoscimento rischia di diventare un cavallo di Troia normativo”.

Questo caso, prosegue il sociologo dell’Università di Bergamo, non riguarda solo chi lavora da remoto ma incide sull’intero sistema delle tutele, evidenziando “trasformazioni già in atto nel mondo del lavoro, dove non tutte le mansioni sono trasferibili in remoto. L’estensione del concetto di rischio professionale si inserisce in un panorama di tutele già differenziate sulla base della natura delle attività. Molti infortuni, del resto, continuano a verificarsi anche nel tragitto casa-lavoro, segno che il tema della sicurezza è trasversale. Più che creare contrapposizioni – conclude Tomelleri – l’obiettivo è quello di armonizzare le protezioni nei diversi contesti produttivi, ampliando le garanzie senza generare nuove asimmetrie tra forme di lavoro diverse”.

La casa che entra nel perimetro del lavoro, dunque, rappresenta una conquista di diritti ma determina anche un cambio di paradigma. La decisione del Tribunale di Padova rende evidente ciò che la pandemia aveva già fatto intravedere: il confine tra spazio privato e spazio produttivo non è più una porta da varcare, ma una linea sottile da negoziare.

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