“Cosa è stato nascosto? Chi viene protetto? Perché questo insabbiamento?”.
Non sono solo domande, ma un duro atto d’accusa le parole che Hillary Clinton ha rivolto nei confronti della Commissione di Vigilanza della Camera, che ieri l’ha ascoltata nell’ambito dell’indagine sui crimini di Jeffrey Epstein.
Dietro alle frasi pronunciate da Hillary Clinton è parso evidente a tutti che si stagliasse un’ombra tanto grande quanto ingombrante: quella del Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. É stata una deposizione fiume, destinata a pesare politicamente.
L’ex segretario di Stato è stato ascoltato nel giorno in cui il bubbone degli “Epstein files” ha continuato ad ampliarsi e a causare onde d’urto internazionali.
Il presidente della Commissione, James Comer, ha dichiarato che potrebbe essere convocato anche l’attuale segretario al Commercio dell’amministrazione Trump, Howard Lutnick, finito sotto pressione dopo aver ammesso contatti con Epstein. Il Ceo del World Economic Forum di Davos, Børge Brende, ha annunciato le dimissioni dopo l’avvio di un’indagine sui suoi rapporti con Epstein, mentre in Norvegia è diventato un giallo il ricovero dell’ex premier Thorbjørn Jagland (secondo alcuni media avrebbe tentato il suicidio), travolto da accuse generate dai suoi legami con il miliardario americano.
In questo clima da resa dei conti globale, Hillary si è trasformata in accusatrice. Diretta, risoluta, dura.
“Non ero a conoscenza dei suoi crimini. Non ricordo di averlo incontrato e non sono mai stata sulla sua isola, né a casa sua o nei suoi uffici”, ha scandito con fermezza, respingendo ogni insinuazione rispetto a suoi possibili rapporti con Epstein. Poi l’affondo politico: una Commissione che ambisce alla trasparenza “dovrebbe andare a fondo sui file spariti dal sito del Dipartimento di Giustizia”, quelli in cui una vittima accusa Trump di “crimini disgustosi“.
Il tono è quello dei grandi “legal movie” americani, quando l’avvocato punta il dito e ribalta il processo. Come in Codice d’onore, o ne Il verdetto, l’aula – qui politica – diventa teatro morale e scontro tra verità contrapposte.
Hillary chiede che Trump venga ascoltato “sotto giuramento” per spiegare “perché il suo nome compare centinaia di volte” nei documenti. E rilancia: “Chiunque chieda quale sia stata la notte più sfrenata sull’isola – di Epstein – dovrebbe testimoniare”, suggerendo così la convocazione anche di Elon Musk e invocando la pubblicazione integrale dei file, con le sole tutele necessarie per proteggere le vittime.
Non solo. L’ex first lady ha chiesto che siano sentiti il segretario di Stato Marco Rubio e la procuratrice generale Pam Bondi, accusando l’amministrazione di “abbandonare le vittime e favorire i trafficanti“. Un passaggio che ha irrigidito i repubblicani presenti, mentre i democratici spingono perché anche il Presidente si presenti davanti alla Commissione.
Ieri, nella residenza dei Clinton, si è consumata anche una vicenda umana: personale e familiare.
Oggi, infatti, sarà il turno di Bill Clinton. L’ex Presidente è stato più volte fotografato con Epstein prima delle accuse formali e, in diverse occasioni, sarebbe volato sull’isola caraibica del finanziere. Clinton sarà chiamato a chiarire davanti alla Commissione su viaggi, incontri, circostanze.
Ancora una volta Hillary si schiera al fianco del marito, come ai tempi del caso Lewinsky e delle altre tempeste politiche che hanno segnato la loro storia. “Non sono seduta qui come una donnina accanto al suo uomo”, disse nel 1992. Trent’anni dopo, il copione si ripete, con un piglio ancora più combattivo e la consapevolezza di avere davanti non solo una Commissione parlamentare, ma un’opinione pubblica polarizzata.
Il caso Epstein, sostiene, “non è uno scandalo politico ma una piaga globale con un costo umano inimmaginabile”.
Eppure la battaglia è inevitabilmente politica. Perché dietro quella domanda – “Chi state coprendo?” – aleggia un nome preciso. La sensazione è che le audizioni in corso siano soltanto il prologo di uno scontro frontale destinato a lasciare segni profondi nella campagna elettorale in vista del voto di midterm e negli equilibri di Washington.
