Il ritorno di Fini il padre nobile: “Meloni? Con lei l’Italia dalla parte giusta”

martedì, 3 Marzo 2026
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Negli ultimi mesi, con passo silenzioso ma costante, Gianfranco Fini è tornato sotto i riflettori. Prima la presenza alla festa di Atreju, poi la partecipazione alla presentazione del libro di Italo Bocchino, quindi alcune sporadiche apparizioni televisive. Un ritorno discreto, lontano dai clamori di un tempo, ma non privo di significato politico.
In una lunga intervista pubblicata da Beemagazine, rivista online del gruppo The Skill, firmata dai giornalisti Giorgio Lainati e Giovanni Cioffi, l’ex presidente della Camera affronta i grandi dossier internazionali e nazionali con il tono netto che ha sempre caratterizzato il suo stile. Ne emerge una linea coerente: sostegno all’Ucraina, nessuna indulgenza verso le ambiguità filorusse, critica severa alla burocrazia europea e richiesta di una riforma della giustizia “nel merito, senza piegarla alla propaganda”.
Nel pieno dell’escalation tra Iran, Israele e Stati Uniti, Fini parte da una posizione molto chiara: “Considero un fatto positivo che il mondo si sia liberato di un tagliagole come Ali Khamenei”. L’ex ministro degli Esteri accusa il regime iraniano di essere stato “direttamente o indirettamente responsabile di troppi crimini”, dalla repressione interna al sostegno al terrorismo internazionale. Ricorda il finanziamento ad Hamas, agli Houthi nello Yemen e alle milizie sciite in Iraq. Tuttavia avverte che questo non significa che sia caduto il regime degli Ayatollah: secondo Fini, il sistema di potere iraniano resta solido, fondato su centinaia di migliaia di uomini tra Basij e Pasdaran, integrati da decenni in una struttura che definisce “una teocrazia medievale secondo i nostri parametri”.
Sul piano interno, Fini respinge ogni etichetta di “padre nobile” della destra: “Qualsiasi autodefinizione sarebbe un po’ presuntuosa e un po’ ridicola”. Ma il giudizio sull’attuale presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, è netto: “In un contesto storico complesso, ha collocato l’Italia dalla parte giusta”. Il riferimento è alla posizione sull’Ucraina: “Ha sostenuto con decisione il diritto del popolo ucraino a difendersi da un’aggressione brutale, finalizzata a rovesciare Volodymyr Zelensky e a installare un regime fantoccio”. Anche sul Medio Oriente la linea, a suo avviso, è equilibrata: “Riconoscere il diritto dei palestinesi ad avere un proprio Stato non significa accettare slogan che implicano la cancellazione di Israele”. Quanto agli Stati Uniti, Fini sottolinea che la critica condivisa alla “cultura woke” non implica subalternità a Donald Trump: “In più occasioni ha preso le distanze da alcune sue uscite ‘bizzarre’”.
Sull’Unione europea il giudizio è severo: “L’Europa, così com’è, non può reggere a lungo”. Secondo Fini servono due svolte: una politica di difesa comune più avanzata e una drastica semplificazione burocratica. “L’Europa deve diventare meno burocratica, meno invasiva su questioni marginali, meno pesante per imprese e cittadini”, sintetizzando poi che l’Unione deve essere più snella al proprio interno e più autorevole all’esterno.
Nel quadro del centrodestra, Fini respinge il paragone tra la rottura tra Matteo Salvini e Roberto Vannacci e la sua separazione da Silvio Berlusconi: “È un paragone che non esiste”. Su Vannacci invita però a non sottovalutare il fenomeno, perché “fingere che non esista sarebbe un errore”, pur osservando che alcune sue posizioni, come lo stop agli aiuti all’Ucraina, “oggettivamente favoriscono Putin” e non sono compatibili con la linea del centrodestra di governo.
Fini annuncia inoltre che voterà sì al referendum sulla giustizia: “La considero una riforma necessaria”. Critica però i toni della campagna: “Sentire autorevoli magistrati evocare mafiosi e corrotti come elettori del sì significa spostare il dibattito dalla sostanza alla propaganda”. Richiama anche l’intervento del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ritenendo “opportuno e condivisibile” il suo invito a riportare il confronto sul merito. Il punto, precisa, non è una rivoluzione ma una riforma dell’ordinamento della magistratura: “Non stiamo parlando di una rivoluzione della giustizia”.
Guardando al passato, Fini ammette un errore politico legato allo scioglimento di Alleanza Nazionale per confluire nel PdL: “Sì, col senno di poi considero quella scelta un errore che non perdono a me stesso”. Una decisione che, a suo giudizio, non ha prodotto gli effetti immaginati.
Sulla sua lunga vicenda giudiziaria, oggi in via di conclusione, afferma di confidare che l’appello possa fare piena chiarezza. Ma il nodo principale, per lui, resta la capacità della giustizia di arrivare in tempi certi a una decisione: “Chi crede nello Stato di diritto dovrebbe avere a cuore, prima di tutto, la capacità della giustizia di arrivare in tempi certi a una decisione”. E conclude con una formula semplice: “Ciò che i cittadini chiedono è molto semplice: una ‘giustizia giusta’”.
Nessuna ambizione per il Quirinale: “No, non credo di essere un mitomane. Ho piena consapevolezza della realtà. Sono orgoglioso di ciò che ho fatto, consapevole degli errori commessi e, come direbbero i latini, de hoc satis”. In sostanza un modo per dire che la questione è chiusa. Gianfranco Fini conferma così la volontà di perseguire un rientro graduale nel dibattito pubblico. Confermando di non essere un leader in cerca di ruolo, ma una personalità che vuole incidere nel dibattito e tornare a rivendicare il proprio diritto di pensiero e di parola.

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