Bendato, ammanettato e con cuffie isolanti sulle orecchie. Nicolás Maduro appariva così al mondo il 3 gennaio scorso nella prima foto pubblicata dopo la sua cattura.
Sono passati esattamente due mesi dall’Operazione Absolute Resolve che ha consentito agli Stati Uniti di catturare il presidente venezuelano e sua moglie Cilia Flores, prelevati direttamente nella loro residenza a Caracas.
Oggi Maduro si trova in stato di detenzione presso il Metropolitan Detention Center di Brooklyn di New York ma, nel frattempo, cosa sta succedendo nel Paese che ha guidato per quasi 13 anni?
Mentre l’attenzione degli Usa (e del mondo) si è spostata sul Golfo Persico, le notizie che giungono dal Sudamerica sono poche e frammentarie. Mettendole insieme, la percezione è quella di un Paese quasi immobile, nel quale la transizione democratica è ancora sulla carta e dove a tenere le redini è Donald Trump.
Delcy Rodríguez, figura chiave dopo la caduta di Maduro, ha preso il timone del Venezuela ad interim, assumendo un ruolo centrale nei rapporti con gli Usa. Rodríguez sta chiedendo la revoca delle sanzioni che hanno strangolato l’economia negli ultimi anni ma, per ora, da Washington non è arrivata alcuna risposta.
Nel frattempo, emergono alcuni segnali che descrivono la natura del riassetto interno. Il personale cubano – medici e forze di sicurezza – sta progressivamente lasciando il Paese sotto la pressione dell’amministrazione americana, che punta a recidere il legame storico che univa chavismo e castrismo.
Sul fronte dei diritti civili, il Parlamento ha approvato all’unanimità una legge di amnistia retroattiva fino al 1999. Non si tratta però di una misura “liberi tutti”. Per ottenere l’amnistia sono le persone detenute che devono rivolgersi ai tribunali per chiedere che il loro caso venga esaminato. Una procedura farraginosa, che desta perplessità anche in ragione del fatto che a gestirla è il sistema giudiziario controllato da quei soggetti che, fino a ieri, hanno affiancato Maduro nella guida del regime.
In questo clima sospeso, parlare di elezioni risulta ancora prematuro. L’ex candidato presidenziale Enrique Márquez, scarcerato dopo la deposizione di Maduro, ha dichiarato di non prevedere questa eventualità nel breve periodo, mentre per il Premio Nobel María Corina Machado il tempo del ritorno in Venezuela non giungerà prima di alcune settimane.
Intanto, la partita decisiva si gioca nel campo dell’economia e le attenzioni si concentrano tutte sul petrolio. A metà febbraio l’amministrazione statunitense ha concesso a Eni, BP, Shell, Chevron e Repsol licenze OFAC per operare nuovamente in Venezuela e, alcuni giorni dopo, Trump annunciava che 50 milioni di barili di greggio erano in viaggio da Caracas verso gli Stati Uniti. Intanto l’Assemblea nazionale venezuelana ha approvato una legge che (dopo una lunga fase di controllo statale) apre agli investimenti privati e stranieri nel settore energetico.
Un Paese che procede a due velocità, questo appare oggi il Venezuela. La corsia preferenziale viene lasciata all’oro nero mentre la svolta democratica, almeno per ora, sembra dover attendere.

*PETROLIO*