Chi sperava in una svolta moderata per il dopo Khamenei in Iran rimarrà sicuramente deluso. La nuova Guida Suprema è Mojtaba Hosseini Khamenei, figlio del leader ucciso venerdì dagli israeliani. La dittatura della Repubblica islamica diventa quindi ereditaria. E il regime sceglie la guerra.
I mullah non arretrano e sembrano intenzionati ad andare fino in fondo nella resistenza all’azione congiunta delle forze israeliane e di quelle americane. «Siamo pronti a uno scontro molto lungo», affermano i vertici iraniani annunciando l’avvento della nuova Guida. Mojtaba, 56 anni, è un duro e un sanguinario. È il punto di riferimento dell’ala più intransigente e radicale del regime di Teheran. Non a caso, è stato il padre a sceglierlo come successore e non a caso è stato sempre il vecchio Khamenei a spianargli la strada per la conquista del potere. Mojtaba controlla tutte le leve dell’apparato repressivo e militare del regime. È lui, di fatto, il leader dei pasdaran. Ed è sempre lui ad aver inventato la micidiale milizia dei Basij, i picchiatori killer che abbiamo visto all’opera nel massacro di migliaia di manifestanti durante le proteste di gennaio.
Mojtaba si segnalò già nel 2009 come il volto più feroce della Repubblica islamica. Neanche quarantenne, fu lui l’artefice di un altro, tremendo momento di repressione. Anche in quel caso si assistette allo sterminio di migliaia e migliaia di oppositori. Erano i seguaci di Mir Hossein Moussavi, il leader moderato che era destinato a vincere le elezioni presidenziali iraniane di quell’anno. Ma il regime truccò scandalosamente il voto e fece risultare vincitore il radicale Mahmud Ahmadinejad. A milioni scesero in piazza per protestare, ma il giovane mullah scatenò contro di loro i mastini del regime. E fu strage.
È lecito chiedersi a questo punto come mai i vertici della Repubblica islamica abbiano imboccato la via di proseguire la guerra senza compromessi. Almeno questa è l’impressione di oggi. In certi momenti, non bisogna mai dare nulla per scontato, nel senso che le sorprese sono sempre possibili.
Ma il messaggio che arriva da Teheran è abbastanza chiaro. Ed è un messaggio di guerra. A cosa puntano i dirigenti islamisti? Sperano forse che l’America non abbia fiato abbastanza per condurre fino in fondo l’intervento militare nonostante gli annunci bellicosi di Donald Trump, che non ha addirittura escluso la possibilità di inviare in Iran truppe di terra? Oppure pensano che gli sconquassi economici provocati dalla chiusura dello stretto di Hormuz, con i costi energetici alle stelle e con il profilarsi dello spettro dell’inflazione, possa indurre i potentati finanziari e industriali dell’Occidente a premere sul presidente americano affinché “The Donald” non prolunghi più di tanto la guerra?
Ogni ipotesi è lecita e ogni ragionamento è plausibile. Il punto da chiarire è però che lo sciismo ideologico che anima la Repubblica dei mullah non si presta molto alla logica costi/benefici con la quale tendiamo in Occidente a interpretare le scelte dei soggetti internazionali. C’è qualcosa, nell’Iran sotto il tallone dei pasdaran, che sfugge al nostro modo di ragionare . Ed è il fatto che l’islam sciita è una religione del “martirio”, un credo che esalta la sofferenza e il sacrificio. Questo tipo di musulmani venera la figura di Hosein, il nipote di Maometto che morì nella battaglia di Kerbala del 680 d.C. per rivendicare il Califfato. Il sacrificio in guerra è considerato una grande virtù nell’Iran integralista di oggi. La prima, grande e tragica, dimostrazione di che cosa ciò può comportare nella realtà storica e politica la vedemmo nel conflitto con l’Iraq di Saddam Hussein negli anni Ottanta, quando migliaia di adolescenti iraniani, dai dodici ai sedici anni, furono inviati al fronte in assalti suicidi. Fu una ecatombe di giovani, che mostrò al mondo il volto terribile e tragico del regime dei mullah.
È questo l’Iran che ha scelto Mojtaba Hossein Khamanei come Guida Suprema. E non ci vuole molto a capire che, per il regime dei mullah che tiene in pugno 92 milioni di esseri umani, non c’è sacrificio abbastanza grande che non possa essere chiesto al popolo.
Certo, il nuovo leader non potrà vivere al sicuro. L’intelligence americana e quella israeliana gli staranno già dando la caccia. E un drone killer potrebbe colpirlo. Prima o poi.



