Pedro Sánchez risponde a Donald Trump: «La Spagna non sarà complice della guerra in Iran»

mercoledì, 4 Marzo 2026
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Pedro Sánchez tira dritto. E lo fa con parole pesate, pronunciate in una dichiarazione istituzionale senza domande né contraddittorio, ma con un messaggio inequivocabile: «La Spagna non sarà complice di qualcosa di pessimo per il mondo semplicemente per paura delle rappresaglie di qualcuno». Il destinatario non è mai nominato, ma il riferimento a Donald Trump è evidente. Il presidente del governo spagnolo ribadisce il suo «No alla guerra» nel pieno dell’escalation tra Stati Uniti, Israele e Iran. «Ripudiamo il regime degli ayatollah – ha chiarito – ma rifiutiamo questo conflitto e chiediamo una soluzione diplomatica e politica. È ingenuo pensare che la soluzione sia la violenza. La Spagna esige la fine delle ostilità». Parole che segnano una linea netta: «La questione non è se stiamo dalla parte degli ayatollah; nessuno lo è. La questione è se siamo dalla parte della pace e del diritto internazionale».

Il precedente iracheno e l’accusa velata

Nel suo intervento, Sánchez ha evocato il precedente della guerra in Iraq, ricordando «l’alleanza di ferro» tra George W. Bush, Tony Blair e l’allora premier spagnolo José María Aznar. «È stato inaccettabile», ha detto. «Non possiamo giocare alla roulette russa con il futuro di milioni di persone». Un parallelo che pesa come un monito. E che si accompagna a un’accusa appena velata: senza citare direttamente Trump, Sánchez ha insinuato che l’operazione militare di Usa e Israele contro l’Iran potrebbe mirare a «riempire le tasche di pochi».
«Seguire servilmente non è un modo per guidare», ha aggiunto, lanciando un messaggio ai partner europei e rivendicando il rispetto dovuto alla Spagna «come membro dell’Unione Europea, della NATO e come attore internazionale».

Le minacce di Washington

La risposta di Madrid arriva dopo l’annuncio, da parte di Trump, dello stop al commercio bilaterale con la Spagna, accusata di aver negato l’uso delle basi militari congiunte per le operazioni in Medio Oriente. «La Spagna è un pessimo alleato. Stiamo tagliando tutti i legami», avrebbe dichiarato il presidente americano, lasciando intendere che Washington potrebbe comunque utilizzare le installazioni sul territorio spagnolo. Una posizione respinta con fermezza dal ministro degli Esteri José Manuel Albares: «Le basi utilizzate congiuntamente con gli Stati Uniti sono sotto sovranità spagnola, soggette a un trattato bilaterale. È questo quadro a stabilirne l’uso. Non c’è nulla di strano o sorprendente, e non ci aspettiamo conseguenze».

Il cappello Nato e la «rispettabilità» europea

Nel clima di tensione crescente, la Moncloa si affida alla propria «rispettabilità» internazionale. Fonti del governo hanno ricordato che la Spagna è «un membro chiave della NATO», impegnata nella difesa del territorio europeo e partner commerciale affidabile per 195 Paesi, inclusi gli Stati Uniti. «Se l’amministrazione statunitense desidera rivedere le relazioni, deve farlo nel rispetto del diritto internazionale e degli accordi tra Unione Europea e Stati Uniti», è la linea. Madrid si dice pronta a mitigare eventuali impatti economici e a diversificare le catene di approvvigionamento, ribadendo l’impegno per «il libero scambio e la cooperazione economica basati sul rispetto reciproco».

La solidarietà dell’Europa

A sostegno di Sánchez sono intervenuti il presidente del Consiglio europeo António Costa e il presidente francese Emmanuel Macron, che hanno espresso «piena solidarietà» e riaffermato «l’impegno nei confronti dei principi del diritto internazionale e dell’ordine basato sulle regole». Sánchez conclude con un appello diretto: «Chiediamo che Stati Uniti, Israele e Iran cessino le ostilità e risolvano diplomaticamente questa guerra. Dobbiamo esigere che si fermino prima che sia troppo tardi. A un atto illegale non si può rispondere con un altro: è così che iniziano i grandi disastri dell’umanità». La sfida ora è duplice: difendere la sovranità nazionale senza incrinare definitivamente l’asse atlantico. In mezzo, l’Europa osserva. E misura la tenuta di un equilibrio sempre più fragile.

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