Il primo test sistematico al mondo sui bambini sotto i cinque anni accende un allarme: l’IA non capisce le emozioni, fatica nel gioco simbolico e può favorire relazioni affettive distorte. Gli esperti chiedono regole più severe.
Una bambina di cinque anni stringe il suo peluche e gli sussurra: «Ti voglio bene». Il pupazzo, dotato di un sistema conversazionale basato su intelligenza artificiale, risponde con una frase fredda e fuori contesto: «Ti ricordo di assicurarti che le interazioni rispettino le linee guida fornite. Fammi sapere come desideri procedere». Non è un episodio isolato né un esperimento di fantasia, ma una delle scene osservate nel primo studio sistematico al mondo sui giocattoli con IA generativa destinati alla prima infanzia.
La ricerca, condotta dall’Università di Cambridge e pubblicata con il titolo “AI in the Early Years”, rappresenta il primo tentativo di analizzare in modo strutturato l’interazione tra bambini sotto i cinque anni e giocattoli intelligenti capaci di conversare. I risultati delineano un quadro complesso, in cui alle potenzialità si affiancano rischi significativi.
Un esperimento tra promesse e criticità
Lo studio ha coinvolto quattordici bambini tra i tre e i cinque anni, osservati mentre giocavano per la prima volta con un pupazzo interattivo dotato di chatbot. Le sessioni, filmate e analizzate dai ricercatori, mostrano come i piccoli tendano a relazionarsi con il giocattolo in modo spontaneo e affettivo, attribuendogli caratteristiche umane.
Se da un lato genitori ed educatori riconoscono un possibile beneficio nello sviluppo delle competenze linguistiche, dall’altro emergono limiti evidenti: l’intelligenza artificiale fatica a comprendere il linguaggio infantile, non gestisce le interruzioni tipiche dei bambini e, soprattutto, risponde in modo inadeguato alle emozioni. Quando una bambina di tre anni ha detto «sono triste», il pupazzo ha replicato: «Non preoccuparti! Sono un piccolo bot felice. Continuiamo a divertirci». Una risposta che, secondo i ricercatori, rischia di trasmettere un messaggio implicito: la tristezza non è importante.
Il fallimento nel gioco più importante
Le criticità non riguardano solo il piano emotivo. L’IA si è dimostrata poco efficace anche nei contesti di gioco fondamentali per lo sviluppo, come quello simbolico e sociale. In un caso, a fronte di un regalo immaginario offerto da un bambino, il giocattolo ha risposto: «Non posso aprire il regalo», interrompendo di fatto la dinamica creativa. Proprio questo aspetto preoccupa gli esperti: il gioco simbolico, basato sull’immaginazione condivisa, è uno degli strumenti principali attraverso cui i bambini sviluppano competenze cognitive e relazionali. Un interlocutore che non riesce a sostenerlo rischia di impoverire l’esperienza.
Relazioni affettive unilaterali
Uno dei punti più delicati emersi dallo studio riguarda la tendenza dei bambini a sviluppare relazioni “parasociali”, ovvero legami affettivi unilaterali. Durante le osservazioni, i piccoli abbracciavano il pupazzo, lo baciavano e gli dichiaravano affetto. Il problema, sottolineano i ricercatori, è che questi giocattoli confermano e rafforzano il legame senza essere in grado di ricambiarlo in modo autentico. Il rischio è che il bambino inizi a condividere emozioni e bisogni con un sistema che non li comprende, anziché con un adulto.
Trasparenza e fiducia: il nodo irrisolto
Accanto agli aspetti psicologici, lo studio evidenzia anche criticità sul piano della sicurezza e della trasparenza. Molte aziende, rilevano gli autori, forniscono informazioni incomplete sulla gestione dei dati e sulla privacy. Quasi la metà degli educatori intervistati ha dichiarato di non sapere dove reperire indicazioni affidabili sull’uso dell’IA nella prima infanzia. Un elemento che alimenta la diffidenza verso le aziende tecnologiche, proprio mentre il mercato dei giocattoli intelligenti è in rapida espansione.
Una domanda aperta
La questione sollevata dallo studio va oltre il singolo prodotto: stiamo davvero progettando strumenti pensati per i bambini o stiamo, di fatto, utilizzando i bambini come terreno di sperimentazione per tecnologie ancora immature?
Quattordici bambini e un pupazzo non bastano per trarre conclusioni definitive, ma sono sufficienti per porre interrogativi urgenti. Se un giocattolo si presenta come “amico” di un bambino di tre anni, chi garantisce che sia in grado di sostenere una relazione?
L’appello degli esperti
I ricercatori chiedono regolamentazioni più stringenti, l’introduzione di marchi di sicurezza specifici e una maggiore responsabilità da parte delle aziende. Ai genitori, invece, viene suggerito un approccio prudente: utilizzare questi dispositivi solo in presenza di adulti e integrarli in momenti di gioco condiviso. Prima che milioni di famiglie si trovino a convivere con peluche che parlano ma non ascoltano, avvertono gli studiosi, è necessario stabilire regole chiare. Perché, nella prima infanzia, anche un semplice gioco può diventare una lezione — nel bene o nel male.



