Washington — Una rottura clamorosa, politica e personale, scuote l’amministrazione Trump nel pieno della crisi con l’Iran. Joe Kent, capo del Centro nazionale per l’antiterrorismo e figura di riferimento dell’ala più prudente in politica estera, ha rassegnato le dimissioni con una lettera durissima, pubblicata sui social, in cui contesta apertamente le ragioni del conflitto. «Non posso in buona coscienza sostenere la guerra in Iran», scrive Kent. «Teheran non rappresentava una minaccia imminente per il nostro Paese ed è chiaro che questa guerra è stata iniziata per la pressione di Israele e della sua potente lobby americana». Parole che segnano la prima, significativa defezione interna dopo l’avvio delle ostilità e che aprono una frattura politica destinata a pesare.

After much reflection, I have decided to resign from my position as Director of the National Counterterrorism Center, effective today.
— Joe Kent (@joekent16jan19)
March 17, 2026
Veterano dell’Iraq, fedelissimo di Donald Trump fin dai primi anni, Kent era stato nominato a febbraio 2025 ed era considerato vicino alla direttrice dell’Intelligence nazionale Tulsi Gabbard, di cui era consigliere. La sua uscita indebolisce l’asse interno più cauto, favorevole a un approccio meno interventista.
L’accusa: “Disinformazione e pressione israeliana”
Nella lettera indirizzata al presidente, Kent sostiene di aver già messo in guardia la Casa Bianca all’inizio del secondo mandato. «Funzionari israeliani di alto livello e influenti media americani hanno lanciato una campagna di disinformazione che ha compromesso la piattaforma America First», afferma, parlando di una narrazione costruita per spingere Washington verso la guerra. Secondo Kent, l’idea di una minaccia imminente iraniana e la promessa di una “vittoria rapida” sarebbero state «una menzogna», ricalcando dinamiche già viste nel 2003, alla vigilia dell’invasione dell’Iraq. «È la stessa tattica che ci ha trascinati in una guerra disastrosa», accusa.
Il peso della storia personale
Ma nella decisione c’è anche una dimensione privata, che Kent esplicita con toni insoliti per un alto funzionario. Sua moglie Shannon, crittografa militare, è morta in Siria. «Come marito che ha perso la propria adorata moglie in una guerra provocata da Israele, non posso sostenere l’invio della nuova generazione a combattere e morire in un conflitto che non porta alcun beneficio agli americani», scrive. Un passaggio che trasforma la lettera in qualcosa di più di un atto politico: un’accusa morale contro la guerra e contro chi, secondo lui, ne avrebbe determinato le condizioni.
La reazione della Casa Bianca
La risposta dell’amministrazione è immediata e durissima. La portavoce Karoline Leavitt respinge le affermazioni di Kent, definendole «false». «Dire che l’Iran non rappresentava una minaccia imminente è una falsità ripetuta da democratici e media liberal», afferma, ribadendo che esisterebbero «prove forti» di un attacco in preparazione.
Ancora più netto il presidente Trump, che dallo Studio Ovale liquida l’ex collaboratore: «Sono felice che sia fuori». E aggiunge: «Era un bravo ragazzo, ma molto debole sulla sicurezza».
Una crepa nell’“America First”
L’uscita di Kent mette in luce una contraddizione interna alla dottrina trumpiana. Proprio lui, sostenitore storico dell’“America First” e di una linea estera meno interventista, accusa ora l’amministrazione di aver ceduto a pressioni esterne, tradendo quella impostazione. La sua denuncia — che chiama in causa direttamente Israele e la sua influenza a Washington — è destinata a alimentare il dibattito politico interno, già polarizzato, e a rafforzare le critiche di chi vede nella guerra in Iran un azzardo strategico. Per ora, però, la Casa Bianca tira dritto. Ma la voce di Kent, per il ruolo ricoperto e per il peso delle sue parole, rischia di trasformarsi in un precedente difficile da ignorare.
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