Doveva essere il vertice della svolta, quello delle grandi decisioni sulla competitività del sistema Ue. Tutto rimandato. Donald Trump e Benjamin Netanyahu hanno stravolto l’ordine del giorno del Consiglio europeo. Al primo punto della discussione che si aperta stamane (e si protrarrà fino a domani) c’è la crisi energetica esplosa con l’attacco israelo-americano all’Iran e con la chiusura dello Stretto di Hormuz.
L’Europa che verrà, l’Europa dell’AI, del mercato unico, della difesa comune, delle decisioni rapide, questa Europa dei sogni, può attendere. Oggi c’è l’Europa delle bollette che salgono, delle petroliere ferme, della recessione che incombe. I 27 sono chiamati a prendere provvedimenti urgenti per impedire l’ennesimo salasso delle famiglie e delle imprese del continente. Ma non è un’impresa facile. Perché, quando si tratta di intervenire sui costi dell’economia, le divergenze di vedute e di interessi all’improvviso riemergono. I leader europei sono uniti nei paroloni, ma divisi nelle decisioni.
I ministri degli Esteri dell’Unione sono stati compatti nel dire a Trump «quella che hai scatenato, non è la nostra guerra, scordati che ti veniamo in soccorso a Hormuz». Intanto però il prezzo del petrolio stamattina è salito a 115 dollari al barile, mentre quello del gas è arrivato a 70 euro al megawattora. Che fare? Come impedire ai pasdaran di prendere di mira le petroliere? L’unica risposta che arriva è l’auspicio immaginifico della “legalità internazionale” con il timbro dell’Onu. «Non c’è una base di diritto internazionale per la guerra in Iran», ha ribadito stamattina l’alto rappresentante Kaja Callas, che poi ha annunciato: «Oggi abbiamo qui le Nazioni Unite (a Bruxelles è presente anche Antonio Guterres), stiamo collaborando strettamente con loro per garantire un passaggio sicuro alle navi attraverso lo Stretto di Hormuz». Che significa? Che a Hormuz dovrebbero arrivare i Caschi Blu? E per fare che? Forse «Bu!» ai pasdaran?
Il più ineffabile si è però rivelato Emmanuel Macron: dopo aver definito «sconsiderati» gli attacchi ai centri di produzione del gas, ha auspicato una sorta di tregua “religiosa”. «La regione – ha detto arrivando a Bruxelles- entra in un periodo di festività religiose, penso che tutti dovrebbero calmarsi e che i combattimenti dovrebbero cessare almeno per qualche giorno per cercare di dare una nuova possibilità ai negoziati». Roba da non crederci, il laicissimo presidente della laicissima Francia si affida a Pasqua e al Ramadan…
Diplomazia dei sogni a parte, i leader Ue non riescono a trovare un accordo nemmeno sulle misure comuni da prendere per fronteggiare il caro energia. Ognuno corre ai ripari a livello nazionale, come ha fatto il governo italiano che ha deciso di abbassare le accise sulla benzina di 25 centesimi al litro per venti giorni. Ma, oggi a Bruxelles, il tempo si è all’improvviso dilatato e di provvedimenti urgenti non c’è traccia.
Questa sarebbe ad esempio l’occasione di rivedere il meccanismo dell’Ets, cioè le quote di scambio di carbonio. In pratica è il prezzo che le centrali elettriche a gas o a carbone devono pagare per produrre energia oltre un certo limite. Questo costo dei produttori si traduce poi in un sovraprezzo per famiglie e imprese. Per l’Italia, già gravata dagli altissimi costi dell’energia, è un meccanismo micidiale, che riduce non poco la competitività delle industrie. Il nostro governo, anche a seguito del grido d’allarme lanciato ieri da Confindustria, punta a ridurre questo peso. Ma francesi e tedeschi non hanno le nostre stesse necessità e si oppongono alla revisione dell’Ets. Le industrie italiane possono andare anche a gambe all’aria. Quando si dice la solidarietà europea…
A Bruxelles non si deve però solo parlare delle conseguenze dalla guerra in Iran. Gira tra i leader e tra i loro collaboratori una bozza di conclusioni di 71 paragrafi, compresi quelli riguardanti competitività e difesa. Ma, quanto a decisioni, campa cavallo…
Si dovrebbe parlare anche di Ucraina e di come sbloccare i 90 miliardi di aiuti su cui grava il veto ungherese. Anche qui però non c’è da attendersi alcunché. Viktor Orban, all’arrivo stamane a Bruxelles, ha già messo la pietra tombale su questo argomento: «Siamo pronti a sostenere l’Ucraina quando avremo di nuovo il nostro petrolio, che è bloccato da loro. Fino ad allora, nessuna decisione a favore dell’Ucraina sarà appoggiata dall’Ungheria».
Indecisa su tutto, l’Europa evita anche di sfidare la suscettibilità di Donald Trump, che pure l’ha messa nei guai. Nella bozza non si citano gli Stati Uniti. Per quello che riguarda l’Iran, il Consiglio europeo invita a un «allentamento delle tensioni e alla massima moderazione». Anche un documento prodotto da Boy Scout è più spregiudicato.



