Effetto-referendum. La vera crisi del governo è un anno senza elezioni

martedì, 31 Marzo 2026
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Dopo giorni tempestosi, la politica italiana sembra tirare il fiato.

La battaglia per il referendum è ormai alle spalle e, con essa, anche il clamore causato dalle dimissioni eccellenti di Daniela Santanchè, Andrea Delmastro e Giusi Bartolozzi.

Archiviate anche le ipotesi di elezioni anticipate, in queste ore i toni sono tornati ad abbassarsi sotto il livello di guardia. Si ricomincia a guardare avanti, verso un prossimo futuro che nasconde più di un’incognita, soprattutto per Giorgia Meloni e il centrodestra.

Lo spazio che ci separa dalle prossime elezioni politiche del 2027 non è una marcia nel deserto ma, percorrendolo, può nascondere non poche insidie.

Perché oltre alle crisi internazionali, alla prossima manovra economica e ai provvedimenti urgenti che il governo dovrà affrontare, c’è un nemico, tanto impalpabile quanto pericoloso, che andrà tenuto sotto osservazione: il “vuoto”.

Lo stallo politico, infatti, non fa parte del vocabolario della politica italiana, da sempre sospesa tra alti e bassi, scontri e tensioni.

Quest’anno, però, ci troviamo di fronte a una situazione diversa, inusuale.

Nella primavera del 2026 si terranno le elezioni amministrative in molti comuni italiani, ma soltanto due hanno un rilievo nazionale: Venezia e Reggio Calabria.

Sarà una tornata elettorale insolita per il nostro Paese. Dall’inizio del nuovo millennio, infatti, raramente un anno si è concluso senza almeno un voto nazionale, regionale, europeo o amministrativo nelle grandi città.

In sostanza, in Italia si vota senza interruzioni da più di un quarto di secolo. Questo ritmo costante mantiene alta l’attenzione politica e costringe i partiti a un confronto continuo con elettori e territori. Quest’anno, tuttavia, rappresenta un’eccezione.

Per un centrodestra già ammaccato dal referendum, questa fase di sospensione può trasformarsi in un problema concreto.

Sul fronte esterno, la pausa potrebbe lasciare al centrosinistra più tempo per organizzarsi in vista delle politiche e trovare quella quadra interna che tradizionalmente gli fa difetto.

Sul fronte interno, invece, l’assenza di battaglie su cui concentrarsi e compattarsi potrebbe favorire l’insorgere di nervosismi, pretese e distinguo, tra e nei partiti. Nel frattempo, Vannacci, alla finestra, potrebbe capitalizzare eventuali incertezze.

In questo contesto, il vero rischio non è tanto l’assenza di conflitto, quanto ciò che può derivarne: la mancanza di una direzione chiara. Nella politica italiana, il vuoto raramente resta tale. Chi non lo riempie, non ne ha neppure il controllo.

 

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