La nuova collezione Spring/Summer 2026 di Vittorio Camaiani intitolata “Senza Confini” è stata svelata domenica 12 aprile 2026 attraverso una sfilata alla Galleria del Cardinale Colonna di Palazzo Colonna. Le creazioni mettono in luce la fascinazione per i colori, le forme, le atmosfere delle diverse culture del mondo che lo stilista sembra voler unire sotto l’egida della bellezza e dell’eleganza. Camaiani, nonostante questo tempo storico dominato da conflitti e disparità, immagina la moda come il possibile fil rouge che in realtà unisce, mette a confronto, racconta le identità differenti dei popoli sognando di “unire il mondo con il tessuto”. Su Lo Speciale Giornale l’intervista esclusiva a Vittorio Camaiani.

In questa nuova collezione affronta tematiche legate ai vari continenti, come nasce questa idea?
Da sempre mi ispiro ai viaggi vissuti nelle vacanze o per lavoro e ogni volta ne traccio una mia lettura personale sulla base delle suggestioni che il paese visitato mi evoca. Questa volta l’idea era di poter creare, attraverso una collezione di moda, una sorta di unione tra culture diverse. Purtroppo nel costruirla siamo poi capitati in un periodo complesso per il pianeta e questo ci ha fatto molto riflettere, speriamo che questo nostro lavoro dove gli attori sono i Continenti possa servire in un certo senso come un messaggio di pace.

Troviamo nella parte dedicata all’America i jeans, un capo che raramente propone in collezione, come mai questa scelta?
Ho scelto quella parte d’America che è stato il sogno americano e il jeans con la sua storia ne è stato uno dei principali attori. La praticità e la portabilità, unite al jeans come simbolo americano, mi hanno ispirato questo racconto.
Ha dedicato molto spesso collezioni all’Oriente, quanto l’affascina questo luogo e perchè?
È la terra della riflessione, della calma, densa di spiritualità. La storia di quei popoli mi ha sempre ipnotizzato e ha sempre condizionato un po’ il mio modo di disegnare la silhouette. Ad esempio il kimono può essere reinterpretato modificando lunghezze e foggia, rimane sempre un capo intramontabile e sinonimo di eleganza. Negli anni ho sempre avuto un debole per la lavorazione del batik che mi permette di raccontare attraverso la fantasia del decoro la tematica della collezione stessa.
L’Oceania come l’ha trasposta in collezione?
L’Oceania l’ho guardata con uno sguardo verso Gauguin. I tessuti fantasia sono pennellate di colore, linee semplici o a corolla che ricordano i fiori che portavano le donne tahitiane.

Molto spesso anche l’Africa è stata oggetto dei suoi lavori, cosa ha riportato di questo continente su stoffa?
Ho scelto di raccontare l’Africa sia attraverso l’estetica dell’esploratore, tra sahariane e lini color sabbia, che la sua terra di paesaggi infiniti con i colori caldi delle savane e con le fantasie animalier che riportano all’immaginario classico che abbiamo di quel continente.

Come ha rappresentato l’Europa nei capi?
L’Europa mi appartiene nel profondo e ho cercato di riportare la mia passione per la moda attraverso la scelta del bianco e nero con una strada di rosso acceso. Stile, ricordi, cinema, sono la traccia o il DNA di questa parte dedicata al nostro essere portatori di eleganza nel mondo dagli albori della storia della moda.

Ritiene davvero che la moda possa unire i popoli?
Penso che la moda, intesa come simbolo di bellezza e di armonia per eccellenza, sia un veicolo attraverso cui le culture diverse possano incontrarsi e dialogare. In questo senso la moda può accorciare le distanze culturali e unire i popoli in uno scambio costruttivo di temi e di immaginari diversi tra loro.
Che idea si è fatto di questo conflitto attuale?
Sono una persona che non ama i conflitti in generale anche nelle cose più semplici, poi non parliamo delle guerre, purtroppo il mondo ne è sommerso, ci sono troppi interessi e logiche di potere che possiamo solo immaginare. Soffro all’idea che l’uomo non possa trovare un dialogo democratico e si affidi alla violenza delle guerre per imporre il potere.

Il Governo supporta la creatività di voi stilisti? Cosa si potrebbe fare di più per il settore?
Credo che purtroppo in Italia la moda venga vissuta spesso come qualcosa di effimero e questo non ha aiutato a salvaguardare nomi storici del Made in Italy. Ad esempio i nostri cugini francesi hanno sempre dato un posto di grande considerazione alle case di moda aiutandole e dando loro il rispetto che purtroppo non hanno le nostre. Abbiamo esempi in Italia di stilisti che hanno dovuto proteggere il loro lavoro e i loro archivi senza aiuti, come Armani con Silos a Milano e lo stesso Valentino con PM23 a Roma.
Qual è uno stilista del passato che ama e uno invece attuale?
Sarebbe fare un torto nominando un solo nome, ho vissuto un periodo che chi appartiene alla mia generazione non potrà mai scordare. Armani, Ferré, Valentino e tanti altri nomi hanno segnato il mio cammino, lezioni di stile e di vita che per fortuna e per grande amore mi hanno poi fatto trovare la mia strada. Il nuovo nome forse è pronto in una delle scuole di moda che, speriamo, creeranno il domani.
ph. Alessandro Lanciotti
ph. sfilata Giancarlo Fiori



