Rinnovabili, Schlein copia Sanchez ma non siamo in Spagna

martedì, 21 Aprile 2026
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“Più rinnovabili, come ha fatto la Spagna”. Nelle parole di Elly Schlein il riferimento al modello iberico suona lineare, quasi esemplare. E lo è, ma solo a patto di raccontarlo per intero. Altrimenti diventa un esercizio selettivo, in cui si prendono i dati utili alla tesi e si mettono tra parentesi quelli che la complicano.

La leader del Pd ha ribadito il suo no al gas russo, sostenendo che acquistarlo significherebbe finanziare Vladimir Putin e la guerra in Ucraina. Un punto politico chiaro, che però si intreccia con un altro passaggio meno lineare: l’invito a seguire l’esempio della Spagna di Pedro Sánchez nella corsa alle rinnovabili. È qui che il racconto si fa incompleto.

Perché il sistema energetico spagnolo non si regge soltanto su sole e vento. Una quota strutturale — circa il 20% della produzione elettrica — è garantita dal nucleare, con sette reattori attivi in cinque centrali. Un pilastro silenzioso, ma decisivo, che assicura continuità e stabilità alla rete, compensando l’intermittenza delle fonti rinnovabili. Ignorarlo significa offrire un’immagine parziale di quel modello.

Non solo. Sul fronte del gas, i numeri raccontano una realtà più complessa di quella evocata nello slogan. Secondo analisi indipendenti, la Spagna ha incrementato in modo significativo le importazioni di GNL russo, arrivando a posizionarsi tra i principali acquirenti europei. Un dato che contrasta con la narrazione di un sistema già pienamente sganciato da Mosca.

È proprio su questo punto che si inserisce la critica di Nicola Procaccini, co-presidente del gruppo Conservatori e Riformisti europei al Parlamento europeo e responsabile energia del partito, che accusa Schlein di descrivere una Spagna che non esiste, o meglio, che esiste solo in parte. Una Spagna “a intermittenza”, verrebbe da dire: rinnovabile quando serve come esempio, ma nucleare e ancora legata al gas quando si passa ai numeri reali.

Il nodo, allora, non è stabilire se le rinnovabili siano o meno la direzione giusta — tema su cui il consenso è ampio — ma se sia credibile proporre modelli senza considerarne tutte le componenti. La transizione energetica, per definizione, è fatta di equilibri: tra sostenibilità e sicurezza, tra indipendenza e realismo industriale.

Ridurre tutto a una scelta binaria — rinnovabili sì, gas russo no — rischia di semplificare un problema che semplice non è. E soprattutto rischia di trasformare un esempio utile in uno slogan. Così è, se vi pare. Ma la realtà, come spesso accade, è un po’ più articolata.

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