Biennale Arte 2026, la giuria esclude Russia e Israele dai premi: “No ai Paesi i cui leader sono accusati di crimini contro l’umanità”

giovedì, 23 Aprile 2026
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La politica internazionale irrompe con forza alla Biennale Arte 2026. La giuria della 61ª Esposizione Internazionale d’Arte ha annunciato che non prenderà in considerazione, per l’assegnazione dei Leoni d’Oro e d’Argento, i Paesi i cui leader sono attualmente accusati di crimini contro l’umanità dalla Corte Penale Internazionale. Una decisione che colpisce direttamente Russia e Israele.

Il provvedimento, reso pubblico il 23 aprile subito dopo la nomina della giuria interamente al femminile presieduta da Solange Farkas (fondatrice di Videobrasil), segna una presa di posizione netta che intreccia etica, arte e geopolitica. I premi principali saranno assegnati il 9 maggio, ma alcune partecipazioni nazionali saranno escluse dalla valutazione.

Nel comunicato, la giuria sottolinea la propria “responsabilità verso il ruolo storico della Biennale come piattaforma che connette l’arte alle urgenze del suo tempo”, indicando nella “difesa dei diritti umani” il principio guida della scelta, in linea con la visione curatoriale della direttrice artistica Koyo Kouoh, scomparsa nel maggio 2025.

La decisione riguarda Paesi i cui leader sono oggetto di procedimenti della Corte Penale Internazionale: nel 2023 è stato emesso un mandato di arresto nei confronti del presidente russo Vladimir Putin per la guerra in Ucraina; nel 2024 un analogo provvedimento ha coinvolto il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu in relazione al conflitto nella Striscia di Gaza.

La giuria non interviene sulla presenza dei padiglioni, che restano aperti, ma limita la propria azione alla selezione dei vincitori. “Ci impegniamo a contribuire al progetto designando gli artisti per il Leone d’Oro e il Leone d’Argento”, si legge nel documento firmato, tra gli altri, da Zoe Butt, Elvira Dyangani Ose, Marta Kuzma e Giovanna Zapperi.

L’edizione 2026, intitolata In Minor Keys, propone una riflessione che rifiuta “lo spettacolo dell’orrore” per privilegiare “frequenze più basse” e spazi in cui “la dignità di tutti gli esseri viventi sia preservata”. Ma il contesto resta fortemente polarizzato.

Negli ultimi anni, i padiglioni di Russia e Israele sono stati al centro di proteste e richieste di boicottaggio. Un gruppo di artisti e curatori ha recentemente chiesto misure ancora più drastiche, proponendo l’esclusione di delegazioni ufficiali di Paesi coinvolti in conflitti, inclusi anche gli Stati Uniti. Parallelamente, diverse organizzazioni denunciano l’assenza di un padiglione palestinese ufficiale, evidenziando una disuguaglianza strutturale legata al mancato riconoscimento statale da parte dell’Italia.

La direzione della Biennale, guidata da Pietrangelo Buttafuoco, ha ribadito la propria linea: inclusione delle rappresentanze statali riconosciute e rifiuto di ogni forma di censura culturale. “La giuria opera in piena autonomia e indipendenza di giudizio”, ha precisato l’ufficio stampa, definendo la presa di posizione “una naturale espressione della libertà” garantita dall’istituzione.

Intanto, il ritorno del padiglione russo ai Giardini — dopo le tensioni degli anni precedenti — e la collocazione di quello israeliano all’Arsenale continuano ad alimentare il dibattito. Anche sul piano politico non mancano reazioni: Finlandia e Lettonia valutano il boicottaggio dell’inaugurazione in caso di partecipazione russa, mentre l’Unione Europea starebbe considerando la sospensione di finanziamenti legati a progetti culturali.

La Biennale di Venezia si conferma così non solo vetrina artistica globale, ma anche spazio simbolico dove le fratture del presente trovano inevitabilmente rappresentazione.

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