Ecco chi era Papa Francesco: parla Americo Mascarucci (vaticanista)

giovedì, 23 Aprile 2026
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Un anno fa, il 21 aprile 2025, moriva papa Francesco chiudendo un pontificato durato dodici anni. Poche settimane dopo usciva il libro “L’Eredità di papa Francesco” del giornalista e vaticanista Americo Mascarucci edito da Historica edizioni. Proprio con Americo, che ha lavorato a lungo per la nostra testata, occupandosi soprattutto di vicende vaticane, facciamo il punto della situazione ad un anno dalla scomparsa del pontefice argentino e dall’elezione di Leone XIV.

Che eredità ha lasciato Papa Francesco?

Direi che ha lasciato una Chiesa profondamente divisa al proprio interno, con tensioni molto forti che si sono acuite ulteriormente con la morte di Benedetto XVI avvenuta il 31 dicembre del 2022. Da quel momento, e fino al 21 aprile 2025, la Chiesa ha visto contrapporsi due schieramenti l’un l’altro armati, i tradizionalisti da una parte e i progressisti dall’altra; i primi hanno cercato di ostacolare l’operato di Bergoglio e i secondi di spingerlo invece verso le riforme. Alla fine Francesco è morto scontentando tutti. I conservatori lo accusano di aver creato il caos, di aver disorientato i fedeli, di aver lacerato la Chiesa perseguitando il mondo tradizionalista con il motu proprio Tradinionis Custodes che ha riscritto in senso restrittivo le regole sulla messa in latino, e promuovendo figure controverse come l’attuale prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede Victor Manuel Fernandez; i progressisti invece lo accusano di scarso coraggio per aver lasciato irrisolte tante questioni ritenute dirompenti come l’autonomia delle Conferenze episcopali, il superamento dell’obbligo del celibato per i sacerdoti, l’apertura al diaconato femminile, il riconoscimento delle unioni Lgbt, nonostante sia evidente a tutti come la Chiesa lasciata da Francesco sia molto diversa da quella di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI

In che senso?

Nel senso che con Wojtyla e Ratzinger certi temi erano considerati tabù e quindi non potevano essere neanche messi in discussione. Bergoglio invece ha permesso la discussione su ogni questione, partendo dalla comunione ai divorziati risposati, per finire con le unioni gay e il celibato sacerdotale. Tutti argomenti che sono stati al centro del percorso sinodale aperto nel 2022 e che quindi sono oggi oggetto di discussione e, chissà, in un prossimo futuro potrebbero anche trovare accoglienza. Francesco ha aperto a tutti e a tutto, ma poi nei fatti non ha avuto il coraggio di modificare nulla. Emblematica la sua posizione sui preti sposati, quando disse che le regole sul celibato si potevano cambiare ma che lui non l’avrebbe mai fatto.

Papa Leone come sta gestendo l’eredità di Francesco?

Prevost è stato il prodotto di un equilibrio, una sorte di moderatore e sta svolgendo come meglio può questo ruolo. Non è un caso che anche lui è soggetto a giudizi contrastanti: da una parte è accusato di riportare indietro la Chiesa rispetto a Francesco, dall’altra di essere invece in perfetta continuità con il predecessore. E’ evidente come il suo essere moderato lo stia esponendo a continue strumentalizzazioni. In realtà, come ho spiegato nel mio libro uscito pochi giorni prima l’elezione di Leone, il nuovo papa si sarebbe trovato inevitabilmente a dover correggere Bergoglio ma senza cancellare la sua eredità. Del resto  Prevost è stato nominato cardinale da Francesco e ha condiviso molti aspetti del suo pontificato. E’ tuttavia molto diverso da lui, ed essendo un agostiniano sa perfettamente che la teologia non è fatta di “ma anche”, ma come insegna Sant’Agostino di verità di fede, di “si” e di “no”. Ma non è, e non sarà, un papa restauratore come molti auspicavano.

Come giudica lo scontro di questi giorni con il presidente Trump? Anche ciò deriva dall’eredità di papa Francesco?

E’ fuor di dubbio che nella scelta di un cardinale statunitense come successore di Francesco abbia pesato il rapporto con la Casa Bianca. Molti avrebbero voluto un papa anti trumpiano in perfetta continuità con l’opposizione di Francesco, che non a caso proprio nei giorni dell’insediamento di Trump nominava come arcivescovo di Washington il cardinale Robert Walter McElroy dalle idee fortemente liberal e apertamente schierato con il mondo dem.  Molti cardinali avrebbero voluto un profilo marcatamente anti Trump come quello dell’arcivescovo di Chicago Blase Cupich, ma alla fine la scelta è caduta sul moderato Prevost, forse proprio per non acuire le tensioni con la Casa Bianca. Leone quindi si è trovato a dover da un lato smentire le voci di un’elezione pilotata da Trump tramite i cardinali Usa più conservatori come Timothy Dolan, e dall’altro a contenere l’anti trumpismo di larga parte della Chiesa post bergogliana. Ma va detto che le critiche a Trump sulla situazione iraniana erano inevitabili, e non c’entra nulla essere pro o contro l’attuale presidente. Non può il papa giustificare l’aggressione contro uno Stato sovrano con tanto di uccisione dei leader del regine di Teheran, così come Giovanni Paolo II non poteva legittimare o difendere l’attacco Usa contro l’Iraq di Saddam Hussein. Ma ciò non vuol dire che Leone simpatizzi per gli ayatollah o che difenda il diritto di uno Stato a dotarsi dell’arma nucleare. E’ stato Trump a sbagliare completamente strategia e comunicazione, screditando Leone e rafforzando l’opposizione dei cardinali come Cupich e McElroy che ora hanno un’arma in più per montare la propaganda cattolica contro il tycoon.

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