Era il 18 maggio dello scorso anno, quando la Curva Sud dello Stadio Olimpico esibiva una scenografia su cui campeggiavano due parole, in giallo su sfondo rosso: “Claudio Ranieri“.
Oggi la separazione tra la AS Roma e Claudio Ranieri è ufficiale e segna molto più di un semplice cambio nell’organigramma.
È la fine di un legame lungo oltre cinquant’anni, iniziato da giocatore e proseguito in panchina fino al recente ruolo dirigenziale. Se ne va un’altra bandiera.
Le ragioni, pur non essendo state del tutto chiarite, hanno portato a un esito evidente: tra Ranieri e l’allenatore, Gian Piero Gasperini, la coesistenza era diventata impossibile. E così la scelta è stata compiuta, dalla proprietà della Roma.
Rimane ancora in sospeso la vera domanda: cosa ha spinto due settimane fa Ranieri, persona di grande esperienza e nota per il suo aplomb, a rompere l’equilibrio per attaccare frontalmente, in modo scomposto, il mister giallorosso?
In ogni caso, resta un addio che pesa e che arriva in una fase delicata della stagione. In campionato, la Roma è ancora in corsa per la Champions League, ma rischia concretamente di restare fuori dalle prime quattro, obiettivo dichiarato a inizio anno. Un traguardo che, se mancato, renderebbe il bilancio stagionale inevitabilmente negativo. A ciò va aggiunta un’ipotesi remota, ma possibile: in mancanza di risultati positivi nelle ultime cinque giornate di campionato, la squadra di Gasperini potrebbe finire del tutto fuori dall’Europa.
In questo contesto, la scelta della proprietà guidata da Dan Friedkin solleva interrogativi sulla direzione tecnica e societaria. Ranieri, figura di equilibrio e profondamente legata all’ambiente romanista, esce di scena lasciando un vuoto non solo simbolico.
Negli ultimi anni, sotto la gestione Friedkin, erano già stati allontanati profili forti e identitari come José Mourinho e Daniele De Rossi. Ora tocca a Ranieri: un altro pezzo di storia che lascia Trigoria.
Rimane, invece, al suo posto Gian Piero Gasperini, arrivato con grandi aspettative ma fin qui protagonista di una stagione che non resterà negli annali. La Roma, oltre alla corsa in salita per agguantare la Champions, è uscita agli ottavi di Coppa Italia contro il Torino e agli ottavi di Europa League con il Bologna.
Uno scenario che apre a prospettive incerte. Se la squadra non dovesse approdare in Champions League e l’avvio della prossima stagione fosse negativo, Gasperini potrebbe rapidamente finire sulla graticola, rischiando di diventare l’ennesima pedina destinata a saltare.
Oggi, con l’addio di Ranieri, all’allenatore della Roma vengono consegnati quei “pieni poteri” che, però, gli potrebbero essere successivamente sottratti con un solo schiocco delle dita.
È questo il punto che alimenta il dibattito: la sensazione di una gestione in cui le figure più forti e identitarie vengono progressivamente sostituite, mentre resta una struttura percepita come più “gestibile” da una proprietà distante geograficamente e presente a Roma solo saltuariamente.
Il prossimo ad aggiungersi alla lista delle bandiere al servizio della Roma potrebbe essere Francesco Totti? È un’ipotesi rispetto alla quale è lecito domandarsi se, un suo eventuale arrivo, sarebbe il frutto di un preciso obiettivo della proprietà: imbonirsi la piazza giallorossa. Un colpo di marketing.
L’addio a Ranieri lascia così più domande che risposte. Non solo sul piano organizzativo, ma anche su quello identitario: quale modello di Roma si vuole costruire? E quanto spazio (reale) c’è ancora chi quella maglia l’ha rappresentata davvero?
