Germania, il monito di Fuest: la locomotiva che ha perso il vapore

giovedì, 30 Aprile 2026
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C’è stato un tempo in cui bastava dire “Germania” per chiudere una discussione economica. Era il Paese dei conti in ordine, delle fabbriche che non sbagliavano un colpo, dell’export che faceva scuola. Oggi, invece, la parola che circola nei corridoi degli economisti è un’altra: stagnazione. A pronunciarla è Clemens Fuest, alla guida dell’Ifo Institute. Il suo avvertimento è asciutto, quasi nordico: la Germania rischia un “decennio perduto”.

Nel 2023 il PIL ha fatto -0,3%. Il 2024 si muove appena sopra lo zero, come un motore che gira ma non prende giri. La produzione industriale è ancora circa il 10% sotto i livelli pre-Covid. L’export, che per anni è stato il biglietto da visita del Paese, rallenta proprio dove contava di più: in Cina. Sono numeri terrificanti.

Il problema, però, non è la fotografia. È la struttura.

La Germania ha costruito la sua fortuna su tre pilastri: energia a basso costo (e con accordi non proprio in linea con le regole Ue), industria forte (aggirando le regole Ue), mercati globali aperti (non in linea con la politica Ue). Oggi tutti e tre vacillano. L’energia costa fino al 40% in più rispetto agli Stati Uniti. Le imprese energivore stringono i denti o fanno le valigie. La globalizzazione, quella che premiava Berlino, si sta accorciando e regionalizzando.

Nel frattempo, il gigante manifatturiero mostra crepe che fino a pochi anni fa sarebbero sembrate impensabili. L’automotive rincorre l’elettrico, la chimica ridimensiona, le PMI fanno i conti con margini sempre più sottili. Non è una crisi improvvisa. È un logoramento lento, quasi silenzioso.

E poi c’è la demografia, che non fa rumore ma presenta il conto. Nei prossimi dieci anni la Germania perderà fino a 5 milioni di lavoratori. Meno braccia, meno crescita. Più pressione sul welfare.

Berlino resta un Paese solido. Debito intorno al 65% del PIL, conti sotto controllo, nessuna deriva finanziaria. Ma è proprio questa solidità, se non accompagnata da coraggio, a rischiare di trasformarsi in immobilismo.

Quando Fuest parla di “decennio perduto”, il riferimento non è a un crollo. È qualcosa di più subdolo: una crescita che non arriva, investimenti che non decollano, un ruolo internazionale che si sfilaccia senza clamore. La Germania non cadrà. Non è nella sua natura.
Ma potrebbe fare qualcosa che, per lei, è quasi peggio: restare ferma.

E quando la locomotiva si ferma, in Europa non c’è nessuno che sappia davvero trainare il convoglio. A patto Berlino non punti ad un forte riarmo, a quel punto i problemi del continente potrebbero moltiplicarsi.

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