Un anno dall’elezione di Papa Leone XIV: il bilancio

sabato, 2 Maggio 2026
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(Di Americo Mascarucci) È trascorso un anno dall’ elezione di Leone XIV e sono maturi i tempi per un primo  bilancio. È stato difficile, soprattutto nei primi mesi, capire in che direzione intendesse muoversi il primo pontefice statunitense della storia, visto che gli osservatori erano  sostanzialmente orientati a decifrare due traiettorie: il rapporto con l’eredità di papa Francesco e la politica della Santa Sede nei confronti della presidenza Trump. Rispetto al papa argentino appare evidente oggi come Leone sia diverso da lui, non distante ma molto diverso certamente sì. Lo si era del resto capito chiaramente subito dopo l’habemus papam, quando si è affacciato sulla loggia delle benedizione indossando i simboli della liturgia e della tradizione che Francesco dodici anni prima aveva rifiutato, presentandosi con la sola talare bianca ad indicare il desiderio di una Chiesa spoglia di solennità.

Leone, per usare un termine molto in voga nella politica italiana, si sta dimostrando un perfetto moderato. Del resto non potrebbe essere diversamente considerando che è stato votato da una larghissima, quanto variegata maggioranza di cardinali, che hanno trovato in lui il candidato di mediazione fra fazioni contrapposte. Una Chiesa forse mai tanto lacerata al proprio interno, con Bergoglio ritenuto quasi eretico dai cattolici tradizionalisti, e “santo subito” dai progressisti. Progressisti però non unanimemente concordi nel giudicare
positivamente il pontificato bergogliano: perché, se ci rifacciamo a certi teologici dell’
Istituto Sant’ Anselmo, Francesco alla fine è stato deludente, avendo disatteso tante
speranze (ad esempio sul diaconato femminile) mentre per padre Antonio Spadaro o i
Paolini di Famiglia Cristiania, resta il protagonista assoluto della tanto attesa primavera della Chiesa.

Per papa Leone è stato immediatamente chiaro l’obiettivo, ovvero ricostruire l’unità del
corpo mistico di Cristo. E come? Certamente non rinnegando Francesco e non restaurando il vecchio corso, ma senza andare oltre, riconfermando che Cristo, e soltanto lui, deve essere il faro da seguire. Ecco spiegata la sua chiusura verso l’iniziativa del
cardinale tedesco Marx che ha chiesto ai sacerdoti di benedire le coppie irregolari, anche quelle formate da persone dello stesso sesso, riconoscendo valore formale alla loro
unione. Leone, nel ribadire che non è possibile esaudire la richiesta del porporato tedesco,
ha in pratica dimostrato di voler restare nel solco tracciato dal predecessore (benedizione
a tutti sì, ma no al riconoscimento delle unioni gay) , riconfermando con chiarezza, e
senza ambiguità, che per la Chiesa le uniche coppie formalmente riconosciute sono quelle
formate da uomo e donna e unite in matrimonio. Nessuna restaurazione conservatrice e nessuna svolta progressista, correggendo anzi quei pronunciamenti di Francesco che hanno spesso alimentato ambiguità interpretative e contraddizioni. I tradizionalisti avrebbero voluto un repulisti anti bergogliano che non c’ è stato, così come non c’è stata però la difesa ad oltranza di Traditionis Custodes, il documento con cui papa Francesco ha riscritto le regole sulla messa in latino in senso fortemente restrittivo. Nel primo concistoro, di fronte al cardinale Roche che chiedeva con forza di riconfermare le decisioni del pontefice argentino, Prevost ha deciso di non discutere la questione. Per molti, il suo non decidere, è la prova di una presunta continuità con Bergoglio, ma se ciò fosse stato vero sarebbe bastato esaudire la richiesta di Roche e quindi riconfermare Traditionis Custodes.

Molto più credibile invece la tesi di chi ha evidenziato come Leone abbia congelato la
discussione, non ritenendo maturi i tempi per una soluzione nel segno dell’ unità e della
concordia. E nei riguardi di Trump il copione resta lo stesso: Prevost ha chiaramente criticato la politica imperialista del Tycoon e quella pretesa tutta americana di allineare il
mondo ai propri interessi geo politici, ma dall’ altro non si è mostrato affatto in linea con le
posizioni dei cardinali Usa anti Trump come Cupich, Tobin, McElroy, martellando
ossessivamente sui temi dell’ immigrazione e dell’ accoglienza. E anzi, come già fatto da
Giovanni Paolo II e Benedetto XVI ha difeso, oltre al dovere di accogliere, anche la
necessità di garantire ai cittadini dei paesi più poveri il diritto a non emigrare. Un papa
insomma che sa perfettamente di aver raccolto una difficile eredità e di dover riunire la
Chiesa intorno all’ unico collante possibile, ovvero Cristo che è via, verità e vita. Certo, la
recente visita in Vaticano dell’arcivescovessa di Canterbury Sarah Mullally, con tanto di
benedizione impartita ai vescovi presenti, ha fatto sorgere interrogativi e perplessità di non
poca rilevanza, soprattutto perché sembra contraddire la posizione tradizionale della
Chiesa che esclude la possibilità per le donne di accedere al ministero ordinato,
tantomeno all’episcopato. Un segno di evidente contraddizione che va ben oltre il dialogo per l’unità dei cristiani, dal momento che proprio l’ordinazione delle donne è uno degli scogli più insormontabili che dividono Roma dalla comunione anglicana. In più Mullally non è unanimemente accettata come “papessa” dagli anglicani, i più conservatori per esempio ne contestano le posizioni estremamente liberali soprattutto nei riguardi dell’aborto, dell’eutanasia e del mondo Lgbt. Per molti si è trattato del primo scivolone del pontificato, anche se va detto che il papa non ha minimamente nascosto le difficoltà di un
dialogo costituito da numerose pietre d’inciampo, pur nella ricerca di posizioni e obiettivi condivisi.

Ma ciò detto, è evidente come Leone XIV abbia fin qui restituito autorevolezza e prestigio
ad un papato che deve senz’ altro essere umano ma non può però essere umanizzato;
perché il papa non è un parroco qualsiasi che può permettersi ogni tipo di licenza, ma il
Vicario di Cristo le cui parole, le azioni, i gesti devono confermare i fedeli nella verità, non
disorientarli o condurli a dubitare della fede.

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