La tregua è fragile e forse non c’è già più, perché nello Stretto di Hormuz la tensione è tornata rapidamente a salire.
Il passaggio marittimo che divide il Golfo Persico dal Golfo di Oman è un punto cruciale per il commercio globale del petrolio, diventando negli ultimi mesi il punto più sensibile della guerra in Medio Oriente. Dopo alcune settimane di sospensione del conflitto, Stati Uniti e Iran sono di nuovo a un passo dallo scontro diretto, con attacchi incrociati e minacce che si moltiplicano.
Secondo quanto riportato alla Cbs da funzionari della Difesa Usa, ieri mattina due cacciatorpediniere statunitensi, seguite da due navi mercantili, sono state attaccate durante il transito nello Stretto. L’Iran avrebbe lanciato missili da crociera e droni contro le unità navali e commerciali statunitensi, senza colpirle, ha detto l’ammiraglio Brad Cooper, capo del Comando centrale degli Stati Uniti. Teheran avrebbe anche inviato sei o sette imbarcazioni veloci contro le navi commerciali, distrutte dalle forze statunitensi. Secondo Teheran, invece, quei natanti erano civili e cinque persone sarebbero morte. Qualsiasi nave statunitense nello stretto sarà considerata “un obiettivo legittimo“, aveva avvertito ieri il capo del Corpo delle guardie rivoluzionarie islamiche, Ahmad Vahidi.
L’episodio segna un ulteriore deterioramento di quel cessate il fuoco che aveva fatto tirare un parziale sospiro di sollievo al mondo. Teheran aveva già avvertito che qualsiasi ingresso nello Stretto sarebbe stato considerato un atto ostile. La minaccia si è concretizzata non solo contro gli Stati Uniti, ma anche contro i loro alleati regionali. Sempre nella giornata di ieri, l’Iran ha lanciato missili e droni contro gli Emirati Arabi Uniti, mentre velivoli senza pilota hanno preso di mira una petroliera collegata alla compagnia energetica statale di Abu Dhabi impegnata nell’attraversamento dello stretto.
Sul piano politico e militare, la svolta operata dagli Stati Uniti è arrivata domenica sera, quando il Presidente Donald Trump ha annunciato il piano “Project Freedom”. L’iniziativa punta a forzare il blocco imposto dall’Iran attraverso un sistema di protezione indiretta delle rotte: le navi da guerra statunitensi individuano le mine e indicano corridoi sicuri alle imbarcazioni commerciali, mantenendosi a distanza operativa. Washington ha messo sul campo un dispositivo imponente (navi militari, oltre cento mezzi aerei e circa 15 mila uomini) chiarendo che qualsiasi attacco sarà seguito da una risposta “con la forza”.
Teheran, tuttavia, rivendica il controllo dello stretto e alza ulteriormente il livello dello scontro. Le autorità iraniane sostengono che il passaggio è consentito solo previo accordo e pagamento di un pedaggio, avvertendo che le forze statunitensi saranno colpite se tenteranno di entrare o avvicinarsi all’area.
In questo contesto si inserisce anche la missione diplomatica del ministro degli Esteri Abbas Araghchi, atteso a Pechino per colloqui con la leadership cinese su relazioni bilaterali e sviluppi regionali: un segnale di un possibile allargamento del confronto sul piano internazionale.
Sul fronte strategico, invece, nelle ultime ore la Reuters ha reso note valutazioni dell’intelligence statunitense secondo le quali il programma nucleare iraniano non ha subito variazioni sostanziali negli ultimi mesi. In sostanza, nonostante gli attacchi subiti, resta invariata la stima secondo cui Teheran potrebbe impiegare circa un anno per sviluppare un’arma nucleare.
Il controllo dello Stretto di Hormuz diventa ogni giorno di più il punto di collisione tra interessi militari, energetici e geopolitici. E mentre le rotte navali restano sospese in un limbo fatto di pericoli e incertezze, resta elevato il rischio che un incidente, anche limitato, possa incendiare di nuovo l’intera area.
