L’ultimo saluto ad Alex Zanardi: commozione e applausi a Padova

martedì, 5 Maggio 2026
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Padova si ferma per l’ultimo saluto ad Alex Zanardi. Nella Basilica di Santa Giustina, in Prato della Valle, si stanno celebrando i funerali dell’ex pilota di Formula 1 e straordinario atleta paralimpico, simbolo di resilienza e umanità.

Il feretro, una bara bianca sormontata da una corona di rose bianche, è arrivato sul sagrato accolto da un lungo minuto di silenzio, seguito da un applauso intenso e partecipato della piazza. Ad attendere Zanardi c’erano la moglie Daniela, il figlio Nicolò — che ha salutato e ringraziato i presenti — e la madre Anna, stretta nell’abbraccio di don Marco Pozza. L’ingresso della bara in chiesa è stato accompagnato da nuovi applausi, anche all’interno della basilica gremita.

Già mezz’ora prima dell’inizio della cerimonia, la chiesa era completamente piena, con molte persone rimaste in piedi. Sotto l’altare è stata collocata l’handbike di Zanardi, simbolo della sua seconda vita sportiva e della sua straordinaria rinascita dopo l’incidente del 2001.

Tra i presenti numerose figure del mondo dello sport e delle istituzioni: Alberto Tomba, Giovanni Malagò, Luca Zaia, il sindaco Sergio Giordani, oltre a campioni paralimpici come Bebe Vio e Giusi Versace. Presenti anche amici e colleghi di una vita sportiva intensa, tra cui Stefano Domenicali e Gian Carlo Minardi.

«Alex è stato grandioso per la forza e la volontà che ci ha messo. Era un grande, un mio paesano», ha dichiarato Alberto Tomba, visibilmente commosso.

Toccanti le parole di don Marco Pozza, che ha ricordato l’uomo prima ancora dell’atleta: «Sono orgoglioso di avere avuto un amico come Alex: non mi ha aiutato a diventare un prete migliore, ma un uomo migliore». E ha aggiunto una riflessione che ha colpito i presenti: «Alex siamo tutti noi? Dipende da come sapremo raccogliere la sua eredità: se la faremo nostra o se resterà solo uno spettacolo».

Fuori dalla basilica, nonostante la pioggia, una folla silenziosa continua a radunarsi per rendere omaggio a un uomo che ha saputo trasformare ogni difficoltà in una nuova partenza, lasciando un segno profondo nello sport e nella vita di molti.

Ecco l’omelia di don Marco Pozza, parroco del carcere “Due Palazzi” di Padova e grande amico di Alex Zanardi

È l’Autogrill che più adoro: Montefeltro Ovest, A14, Bologna-Taranto. Ha un’architettura di cortesia, rosso Ferrari, è un condensatore di relax, di relazioni. Lo percepisci al volo, a 130 km/h: è l’invito a fermarsi un attimo. Di quell’attimo, accaduto dieci anni fa, ricordo i minimi dettagli: un Bufalino, tre rustichelle, due Coca Zero, tre bottiglie d’acqua. C’è Alex, io, due ragazzi (del carcere): siamo di ritorno da un incontro pubblico. Quando mi siedo, gli stanno raccontando la loro storiaccia: entrambi hanno le mani sporcate di sangue, purtroppo. Tanti anni di galera alle spalle: me li sono portati con me, volevo sentissero dalla viva voce di Alex la storia di Alex. Lui li ascolta come pochi, forse, li avevano ascoltati: non si distrae, immobile, memorizza tutto nel suo sguardo felino. Finito, si alza, una mano nella stampella, l’altra nella loro: «Ragazzi – disse con quella cadenza che lo rendeva avvincente -: avete fatto un gran bel casino, porcavacca. Però: tanto di cappello per come state scavandovi dentro. Continuate a chiedervi il perchè di quel gestaccio». Lui li abbracciò, loro lo baciarono. Poi, seduti, fece loro una domanda: «Posso chiedervi solo una cosa?» Braccia allargate, era un assenso. «Se poteste tornare indietro?» Giurarono di non volerlo rifare. «Vedete, ragazzi – disse -. Certe volte bastano cinque secondi in più per fare la differenza. E’ un esercizio che non sempre ci riesce (me lo confermate), ma quei cinque secondi sono fondamentali. Sono dappertutto questi cinque secondi: negli affetti, nelle relazioni, nel lavoro. E’ l’idea di provare a vedere se si può fare qualcosa d’altro rispetto a quello che stai per fare. Se, per caso, quei cinque secondi ti faranno portare a casa l’orso, diventeranno una specie di droga della quale non potrete più fare a meno. Cercateli ovunque questi secondi! Solo questo mi sento di dirvi dopo il vostro racconto». Le rustichelle erano fredde, i cuori bollivano. Quando li abbiam lasciati davanti al carcere, Alex mi fece ripetizione perchè non scordassi quella Lectio Magistralis in Autoggrill: «A maggior ragione oggi, mi convinco che il problema non è se il bicchiere è mezzo pieno o mezzo vuoto. Il problema è se hai sete o no. Guardami, don: se posso fare qualcosa per questi due ragazzi e non me lo dici, non è amicizia. Troppo facile applaudire i vincitori, ricordatelo!»

Il mio Alex è tutto qui. Lascio a voi le medaglie, il rombo dei motori, l’odore della benzina. Le luci dei podi, il luccichìo dei cimeli, il fruscio degli applausi. Mi tengo strettissimo l’uomo, con la sua avvincente umanità. Nessuno, più di san Paolo, l’atleta di Dio, poteva fare sintesi migliore di questa vita percorsa a mille all’ora, anche in carrozzina: «Ogni atleta è temperante in tutto. Ma io corro non come chi è senza mèta; faccio pugilato, ma non come chi batte l’aria, anzi tratto duramente il mio corpo e lo trascino in schiavitù perchè non succeda che dopo avere predicato agli altri, venga io stessos qualificato» (1Cor 9,19-27). Ha corso tantissimo Alex, ma non l’ha mai fatto come un pugile che batte l’aria: ha corso come chi ha in testa una mèta: «La potenza è nulla senza il controllo» recitava una pubblicità della Pirelli, anni Novanta, del secolo scorso. La potenza di un sorriso abbagliante, di un’anima cristallina, di un uomo cresciuto senza smarrire il bambino ch’è stato. Senza perder il sapore delle lacrime: perchè se la vita ti strappa tua sorella sulla strada, devi avere radici profondissime per scegliere e (ri)scegliere la strada e l’asfalto come scenografia della tua esistenza. Per poi convincere il mondo che l’accaduto, qualunque esso sia, resta la più grande opportunità che la vita offre per rimettere a posto le cose. Radici-salvavita nelle quali è impresso il sorriso di mamma Anna, di Daniela e Nicolò che gli hanno impedito di vivere come di chi pettina le bambole: in ogni sua corsa, (rin)corsa o viaggio c’era sempre la sua Itaca ad aspettarlo. E’ dai tempi di Omero che Ulisse combatte, sprofonda, alza il pollice. Penelope, nell’intertempo, resta: tesse, attende, medita. Nessun podio o medaglia per lei, manco quando lo meriterebbe perchè la sofferenza è brutta, selvaggia, spietata ma lei sceglie di restare. Di regolare la sua velocità al passo del più lento. Adesso, leggendo a ritroso, gradisco di più il libretto che un giorno Alex mi regalò: Il gabbiano Jonathan Livingston. Ebbe l’accortezza, animo fine, di farmi trovare sottolineata una frase. Parlava, ovvio, di velocità: «Raggiungerai il Paradiso quando avrai raggiunto la velocità perfetta. Il che non significa mille miglia all’ora, né un milione di miglia, neanche vuol dire volare alla velocità della luce. Perchè qualsiasi numero è un limite, ma la perfezione non ha limiti. Figlio mio, velocità perfetta vuol dire solo esserci, essere là». Esserci, perchè, seppur in maniera diversa, in ogni cosa c’è sempre del bene, del male: vivere è trovare quel po’ di bene e farlo diventare il tuo punto d’appoggio per sollevare la terra.

Non gli ori di Londra, nemmeno la prestazione “monstre” delle Hawaii vale il guadagno d’avere conosciuto un uomo che, perdonatemi, sapeva maneggiare il congiuntivo tanto quanto la centralina dei suoi bolidi. Quando parlava, avvertivi l’orgoglio d’esser figlio di una lingua, l’italiano, che, unica, ha il congiuntivo nella sua grammatica. L’indicativo lo sanno usare tutti, è il modo della certezza, della sicurezza: “Questa è la narrazione giusta!” Il congiuntivo è più una porta aperta: “E se questa non fosse (congiuntivo) l’unica interpretazione possibile?” Tutti che sanno tutto, sono rimasti in pochi a sapere chiedere. Alex, per chi ha saputo far tesoro della sua amicizia, serbava la curiosità di chi sapeva chiedere. Se la sua storia fosse stata una casa, mai avrebbe giurato di sapere cosa c’era in fondo al corridoio, oltre la siepe: questo è vivere all’indicativo. Lui, uomo del congiuntivo, viveva come se tutto fosse un appuntamento al buio, un’improvvisata, la mente spalancata. Non gli importava di sapere come finiva il corridoio di casa, voleva frequentare l’infinito. Mai detto: “Ciao mamma, sono arrivato uno!” Ha sempre ribadito che, per lui, il congiuntivo è uno stile di vita: «Fosse tutto bello, sai che noia tremenda» era la sua filosofia spicciola. Piace poco il congiuntivo: siam un popolo di notizie sicure, nessun dubbio, le domande ci causano prurito. Il forse spaventa. Poi, però, beccavi in tv o per strada Zanardi e non riuscivi a staccare l’attenzione dal suo modo di riflettere, di gustarsi la vita, di abitare il limite. Chi ama l’indicativo, oggi rimpiange l’atleta ch’è stato. Chi osa il congiuntivo, oggi ringrazia l’uomo. Anch’io – chiedo scusa della parzialità – ringrazio una persona. Dico grazie al dottor Costa, il guru della clinica mobile. Gli dico grazie perchè, da uomo di scienza, in questi giorni ha osato parlare di anima parlando di Alex: «Con la sua amicizia ha ridisegnato i contorni della mia anima, sia di medico che di uomo» ha detto l’altra sera. La ringrazio per aver sintetizzato col genio che le riconosco, che l’atleta, senza l’uomo, è nulla. E’ potenza senza controllo.

Nessuno dica: “Vabbè: ma lui era Zanardi” Il Vangelo userebbe la frusta. Alex, come tutti, ha avuto dei talenti. Non importa quanti: «A uno diede cinque talenti, a un altro due, ad un altro uno». Il perchè di un trattamento diverso? «A ciascuno secondo le sue capacità» (cfr Mt 25,14-30). La differenza non la farà il numero, ma una legge dello sport che Mennea così: «Ho ricevuto dei talenti in dono. Io, però, non mi sono addormentato sopra, ma li ho fatti fruttare». Questa è la pagina del Vangelo secondo Alex, una questione di talenti, di dormite o di sveglia. Perchè anche con in dono soltanto un talento, se saprai leggere come nessun altro la traiettoria del Cavatappi, zona Laguna Seca, mostrerai al mondo che «non esiste nessuna curva dove non si possa superare» (A. Senna). Me lo immagino il mio Dio: «(Vieni) Alex buono e fedele, prendi parte alla mia gioia». Perchè ero in carcere e tu, in Autogrill, sei stato ad ascoltarmi. Ero infermo e non solo sei venuto a trovarmi: mi hai addirittura regalato una handbike perche mi rialzassi. Dispiace per sorellaccia morte: pensava di averlo vinto, finalmente. Non ha fatto bene i conti neanche stavolta, accipicchia. Si è presa il corpo, ma l’anima (grazie dottore!) le è proprio sfuggita. In corsia di sorpasso, è andata ad infilarsi dritta nelle storie dei ragazzi/e di Obiettivo3. La beffa? Che l’Alex, anche da morto, continui a parlare di obiettivi. 

La lettera del 2020 che Papa Francesco inviò a Zanardi

Nel corso della cerimonia funebre il cappellano, don Pozza, ha letto la lettera che Papa Francesco inviò a Zanardi nel giugno 2020, dopo il secondo grave incidente: “Carissimo Alessandro, la tua storia è un esempio di come riuscire a ripartire dopo uno stop improvviso. Ci hai insegnato a vivere la vita da protagonisti, facendo della disabilità una lezione di umanità. Grazie, Alessandro, per aver dato forza a chi l’aveva perduta”. “A quest’uomo, prima che alla divinità – ha concluso don Pozza rivolgendosi ai fedeli – arrivino stamattina i nostri inni più alti della liturgia cristiana. Sono dei grazie per il bene tantissimo che è stato inventato e seminato. Sono le scuse per quello che si sarebbe potuto fare e non siamo riusciti a fare. Perché con Dio nulla di tutto ciò che è stato va perduto”.

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