Orson Welles, il grande illusionista: a Torino una mostra per entrare nel suo labirinto

mercoledì, 6 Maggio 2026
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C’è qualcosa di inevitabilmente magnetico in Orson Welles. Un’attrazione che resiste al tempo, alle etichette, perfino alle contraddizioni che hanno attraversato la sua carriera. Non sorprende quindi che il Museo Nazionale del Cinema di Torino gli dedichi una grande mostra: My Name Is Orson Welles, visitabile fino al 5 ottobre 2026. Più che una celebrazione, è un’immersione. Dentro il mito, certo, ma soprattutto dentro il meccanismo che lo ha generato.

Concepita dalla Cinémathèque française e curata dal suo direttore Frédéric Bonnaud, l’esposizione raccoglie oltre 400 pezzi, molti dei quali mai esposti prima, provenienti da collezioni pubbliche e private e dal Fondo Orson Welles del museo torinese. Il risultato non è una semplice retrospettiva, ma un percorso che prova a smontare e ricomporre una figura sfuggente, proteiforme, impossibile da fissare in un’unica immagine.

Del resto, Welles è stato tutto questo: regista, attore, autore, illusionista, narratore radiofonico, sperimentatore instancabile. Con Quarto potere ha riscritto la grammatica del cinema; con La signora di Shanghai ha creato una delle sequenze più ipnotiche di sempre; con F come falso ha anticipato il mockumentary; il suo Falstaff resta per molti il più potente adattamento shakespeariano mai realizzato. Ma ridurlo ai titoli sarebbe un errore. Welles è soprattutto un metodo: quello di trasformare la realtà in racconto e il racconto in un gioco di specchi.

Non a caso, l’allestimento alla Mole Antonelliana insiste proprio su questa dimensione. Il percorso si sviluppa lungo la spettacolare rampa elicoidale dell’Aula del Tempio, trasformando la visita in un’esperienza narrativa oltre che visiva. Si parte dal basso, dove tre schermi sospesi a 18 metri di altezza accolgono il pubblico con la celebre scena degli specchi de La signora di Shanghai: un manifesto perfetto del cinema come illusione.

Poco più in là, un’installazione dedicata a Rosebud immerge lo spettatore nell’enigma di Quarto potere, mentre la chapelle del Caffè Torino si trasforma nello studio radiofonico della RKO, rievocando la storica trasmissione de La guerra dei mondi del 1938, quando il giovane Welles riuscì a terrorizzare un’intera nazione giocando sul confine tra finzione e realtà.

La mostra si articola poi in cinque sezioni tematiche – Wonder Boy (1915-1939), Quarto potere (1941), L’inizio dei guai (1942), Una star in Europa (1947-1968), Un re senza regno (1969-1985) – che tracciano un percorso tanto cronologico quanto emotivo. Ne emerge un artista in costante tensione: geniale e irregolare, celebrato e osteggiato, sempre in bilico tra controllo e caos.

Accanto ai materiali già presentati a Parigi, Torino aggiunge un tassello prezioso: il Fondo Welles del Museo Nazionale del Cinema, con documenti personali, pagine di sceneggiature annotate, fotografie, manifesti originali e persino il certificato di nascita. Spiccano anche le tavole illustrate da Guido Crepax per La storia immortale, esposte per la prima volta.

Ma c’è un altro elemento che rende questa mostra particolarmente contemporanea: l’attenzione all’accessibilità. L’allestimento segue i principi del Design for All, con testi facilitati, pannelli ad alta leggibilità, audio descrizioni, video in LIS attivabili tramite QR code e supporti visivo-tattili. Un approccio che non semplifica l’opera di Welles, ma ne moltiplica le possibilità di fruizione.

In parallelo alla mostra, emerge anche un’altra sorpresa: in libreria arriva “Un pezzo grosso”, romanzo inedito attribuito a Welles e pubblicato da La nave di Teseo, riemerso proprio dal fondo torinese. Due eventi che dialogano tra loro come stanze segrete della stessa casa: da una parte l’immagine pubblica, dall’altra una voce più intima, rimasta a lungo nascosta.

E forse è proprio qui il punto. Welles continua a parlarci perché aveva intuito qualcosa che oggi è sotto gli occhi di tutti: la realtà è fragile, manipolabile, costruita. E il cinema – come la radio, come la scrittura – è lo strumento perfetto per metterla in discussione.

Genio o bluff? Domanda che lo accompagna da sempre, e che la mostra non prova nemmeno a risolvere. Piuttosto, la rilancia. Perché in fondo Welles è stato entrambe le cose, contemporaneamente. Un artista capace di trasformare ogni limite in invenzione, ogni caduta in spettacolo. E forse è proprio per questo che, ancora oggi, è impossibile smettere di guardarlo.

Vittorio Zenardi 

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