Il segretario di Stato americano Marco Rubio ha trascorso le giornate di giovedì e venerdì a Roma. Ma oggi, dopo la sua partenza, viene spontaneo chiedersi: che c’è venuto a fare?
Se questa missione doveva servire a riaffermare l’amicizia con il governo italiano dopo gli attacchi di Donald Trump a Giorgia Meloni, c’è sconsolatamente da registrare che le cose non sono migliorate neanche un po’, anzi. Se poi l’obiettivo era quello di provare a ricucire in qualche modo i rapporti tra Washington e la Santa Sede, anche qui va rilevato che non è stato fatto il minimo passo avanti. Il capo della diplomazia americana ha sperimentato solo la freddezza vaticana. L’impressione è che il presidente Usa, in questo momento, non deve avere proprio nel cuore il suo segretario di Stato, se gli ha fatto varcare inutilmente l’Atlantico. Misteri dell’amministrazione Trump…
Per quello che riguarda Meloni, c’è da precisare che l’incontro di Rubio con il governo italiano (il ministro Usa ha incontrato anche Antonio Tajani) era di “cortesia”, nel senso che lo scopo principale della sua visita a Roma erano i colloqui in Vaticano. Ma cortesia o non cortesia, qualcosa di nuovo, Marco Rubio, avrebbe potuto pur dirla. Invece, sui temi caldi della Nato e delle basi americane in Europa, non ha fatto altro che ribadire quello che aveva già detto Trump.
Sulla questione del possibile ritiro dei soldati americani dall’Italia, il ministro Usa è stato addirittura sconcertante, affermando che non è lui a decidere: «Non abbiamo discusso di dettagli specifici di questo tipo, e questa è una decisione che spetta al presidente». Che senso ha venire a Roma senza parlare, con la premier italiana, del tema più caldo nei rapporti tra Italia e Stati Uniti?
Circa poi la Nato, Rubio ha sostenuto che la convenienza degli Usa a rimanere nell’Alleanza Atlantica consiste essenzialmente nella possibilità di utilizzare le basi che sono in Europa. E il fatto che ciò non sia sempre possibile è motivo di grande irritazione per gli americani. «Ci siamo trovati di fronte a un’emergenza, e alcuni Paesi europei, come la Spagna ad esempio, ci hanno negato l’uso di quelle basi per un’emergenza molto importante che, in un certo senso, ha effettivamente ostacolato la missione, non gravemente, ma ha avuto un costo». Tra questi Paesi c’è stata anche l’Italia, anche se, per mera cortesia, il segretario di Stato americano non lo ha rimarcato.
Detto in modo più elementare, Rubio ci ha in sostanza fatto capire che Washington non dimenticherà tanto facilmente lo “sgarbo” di Sigonella. Anche in questo caso, non c’era bisogno di un incontro formale a Palazzo Chigi. Bastava un post su X, pratica di cui “The Donald” è maestro.
A commento dell’incontro, Giorgia Meloni ha dichiarato che si è trattato di un colloquio «franco». Nel linguaggio diplomatico significa che il segretario di Stato americano e la premier italiana hanno avuto una discussione accesa. In questo senso si può dire che, una sua utilità, questa missione italiana del ministro americano l’ha comunque avuta, ancorché indiretta. Ha infatti confermato il cambio di passo della premier nei confronti di Trump, cioè la chiara presa di distanza del governo italiano dalla politica americana.
Più complessi sono i rapporti tra Usa e Vaticano. La freddezza dimostrata dalla Santa Sede al capo della diplomazia di Washington è il sintomo di una divergenza profonda sull’idea dei rapporti internazionali. Intendiamoci, sul piano personale non sono mancati i sorrisi tra Rubio e Leone XIV. Ma la differenza di visioni emerge nella nota diffusa dalla Santa Sede a compendio dell’incontro. «Vi è stato poi -si legge nel comunicato vaticano- uno scambio di vedute sulla situazione regionale e internazionale, con particolare attenzione ai Paesi segnati dalla guerra, da tensioni politiche e da difficili situazione umanitarie, nonché sulla necessità di lavorare instancabilmente in favore della pace». Tradotto: la Santa Sede dice in sostanza che l’amministrazione Trump non è abbastanza “instancabile” nel perseguire la pace. La nota vaticana è arrivata diverse ore dopo gli incontri di Rubio. La qual cosa indica che ogni parola, ogni virgola, sono state attentamente soppesate. Ne risulta che il Papa giudica piuttosto negativamente la politica estera americana in questa fase.
Ma dove emerge in modo eclatante che i rapporti tra Santa Sede e Stati Uniti sono tutt’altro che normalizzati è laddove, nella nota, si dice che è «stato rinnovato il comune impegno per coltivare buone relazioni bilaterali». Se ci vuole “impegno”, significa che queste relazioni non sono ancora “buone”.
Rubio ha invece ostentato ottimismo. In un comunicato del Dipartimento di Stato si afferma che il rapporto tra Washington e il Vaticano è «solido». Il segretario di Stato americano pensa evidentemente che si risolva tutto con una pacca sulla spalla. Ma forse, nel viaggio di ritorno in America, qualcuno gli avrà spiegato che con la Santa Sede non funziona proprio così.
Va però detto, a parziale discolpa di Rubio, che il suo viaggio a Roma è stato praticamente boicottato da Trump quando, pochi giorni fa, il presidente americano ha attaccato il Papa per una seconda volta affermando che Leone XIV «mette in pericolo molti cattolici». “The Donald” ha reso in sostanza disperata una missione che appariva già difficile in partenza, anche perché gli incontri di ieri in Vaticano erano già stati programmati da tempo e solo successivamente sono stati presentati come un tentativo di “disgelo” tra Washington e la Santa Sede.
Resta da capire perché Trump ce l’ha così tanto con Leone XIV. In questi giorni, i commentatori più autorevoli si sono cimentati nelle spiegazioni più ardue. In realtà, vale più di tutte l’interpretazione più semplice: al tycoon non va giù che il Papa sia americano come lui, apparendo ai suoi occhi come una sorta di anti-presidente. In questo senso vanno viste le pose “religiose” di Trump, quasi a proporsi come un “anti-Papa”. Certo, si tratta in definitiva di folklore, ma che nasconde motivazioni più profonde e sottili: l’origine americana del Papa non può che far risaltare l’intima tensione tra l’universalità del messaggio della Chiesa e il particolarismo esasperato ed egoistico dell’”America First” di cui il numero uno di Washington è portabandiera.
Ma questi attacchi scomposti di Trump a Leone XIV stanno producendo il paradosso di spingere il Pontefice verso un protagonismo internazionale che non corrisponde allo stile discreto, ancorché incisivo, del Magistero di Prevost. E anche questo, in fondo, non è che uno dei tanti effetti “non previsti” delle iniziative del Tycoon diventato presidente della più potente nazione del mondo



