“A pensar male si fa peccato, ma spesso ci si indovina”. Un noto aneddoto che sembra fatto apposta per descrivere l’evoluzione del rischio hantavirus nel nostro Paese.
Prima la circolare del ministero della Salute, poi il caso del giovane calabrese sintomatico e il trasferimento dei campioni biologici allo Spallanzani. Infine, le quarantene, i tracciamenti e le rassicurazioni delle autorità. Troppi elementi, tutti insieme, perché in Italia non riaffiori immediatamente il ricordo del coronavirus. Anche perché la macchina sanitaria, stavolta, si è mossa ancora prima che emergesse il caso più mediatico.
Già nella giornata di ieri il ministero guidato da Orazio Schillaci aveva infatti diffuso una circolare operativa con indicazioni precise su sorveglianza, test, isolamento fiduciario e gestione dei contatti ad alto rischio. Un documento che prevedeva monitoraggio quotidiano, eventuali quarantene fino a sei settimane e obblighi di segnalazione per i casi sospetti. Segno che il livello di attenzione era già alto.
Poi è arrivata la notizia del venticinquenne calabrese sintomatico all’hantavirus, con i campioni biologici inviati allo Spallanzani per gli approfondimenti. Il cittadino italiano si trovava a bordo del volo Klm sul quale era salita una donna sudafricana, successivamente deceduta a causa del virus e, al momento, si trova in quarantena. Giusy Caminiti, la Sindaca di Villa San Giovanni (il Comune di residenza del soggetto sintomatico), intervenendo in tv ha dichiarato che l’uomo “non ha sintomi e sta bene”. Nel frattempo, il quadro internazionale continua ad allargarsi: secondo l’Oms i casi sospetti sono undici, nove quelli confermati. E mentre il paziente isolato in Veneto è risultato negativo al virus, in Olanda dodici dipendenti di un ospedale sono stati messi in quarantena dopo errori nelle procedure di gestione di sangue e urine di un paziente positivo.
Le autorità sanitarie italiane insistono sulla necessità di evitare allarmismi. Il Ministro della Salute Orazio Schillaci ieri, intervenendo al Tg1, parlava di una situazione “sotto controllo” e di rischio basso per il nostro Paese. Ma è proprio questa sequenza – prima la prudenza e le rassicurazioni, poi protocolli e casi isolati — a evocare inevitabilmente quanto accadde all’inizio del 2020.
Era il 29 gennaio quando una coppia di turisti cinesi proveniente da Wuhan iniziò ad accusare sintomi influenzali in un hotel di Roma. Febbre alta, chiamata al 112, ambulanza e ricovero allo Spallanzani. Anche allora il messaggio ufficiale fu improntato alla calma. “La situazione è seria ma non bisogna fare allarmismi”, dichiarava l’allora ministro Roberto Speranza. I due turisti, si spiegava, rappresentavano gli unici casi presenti in Italia. Nel giro di poche settimane il Paese sarebbe precipitato nell’incubo della pandemia.
Naturalmente gli esperti sottolineano che Hantavirus e Covid sono malattie profondamente diverse e che, allo stato attuale: non esistono elementi per prefigurare uno scenario simile a quello vissuto sei anni fa. Tuttavia, il trauma collettivo lasciato da quella tragedia pesa ancora nella memoria degli italiani. E così basta sentire parlare di quarantene, tracciamenti e Spallanzani perché la paura torni immediatamente a galla.
L’auspicio, questa volta, è che la rapidità della risposta sanitaria serva davvero a prevenire ogni rischio e che il passato resti soltanto un monito.



