Xi Jinping è un dittatore dalle diverse facce. E si tratta sicuramente di uno dei motivi della sua forza. Quando si rivolge ai suoi connazionali utilizza il linguaggio tipico del capo comunista. Quando invece parla con gli statisti di tutto il mondo, anche nei casi in cui vuole essere sottilmente minaccioso, utilizza i codici culturali del suo interlocutore.
Oggi, parlando con Donad Trump, il numero uno di Pechino ha richiamato la raffinata formula geostrategica della “Trappola di Tucidide”, elaborata poco meno di 10 anni fa dal politologo di Harvard, Graham Allison, e che troviamo spesso citata nei saggi di geopolitica. Secondo questo schema, l’odierna rivalità tra gli Usa e la Cina ricorda l’antica contrapposizione tra Sparta e Atene, un conflitto sull’egemonia nell’Ellade che fu alla base della guerra del Peloponneso, di cui Tucidide stesso fu, prima testimone, e poi narratore. Gli Usa sarebbero oggi come la Sparta dell’antichità, che era timorosa della potenza emergente di Atene, una potenza che, ai nostri giorni, sarebbe, a sua volta, rappresentata dalla Cina. Ecco le parole dello storico greco: «La crescita della potenza ateniese e il timore che incuteva agli spartani resero inevitabile il conflitto».
Secondo il politologo americano, quell’ aggettivo, “inevitabile”, utilizzato da Tucidide non va preso alla lettera, nel senso che oggi la guerra tra America e Cina può essere comunque scongiurata in vari modi, purché naturalmente i diretti interessati siano intenzionati a farlo. Citando il modello dello storico greco, il leader cinese ha voluto lanciare un messaggio distensivo ma, nello stesso tempo, intimidatorio all’interlocutore americano. E come se avesse voluto dirgli: «Possiamo trovare il modo di convivere in pace, ma, se voi continuate a considerarci come nemici mortali, sappiate che noi siamo pronti alla guerra». E questo messaggio è anche a futura memoria, suonando come ammonimento a chi entrerà alla Casa Bianca dopo Trump.
Al di là di quelle che possono essere le sue intenzioni, è comunque sintomatico che Xi Jinping abbia voluto inviare un segnale potente all’America servendosi di un richiamo culturale che gli americani (come tutti coloro che abitano nel nostro emisfero) possono facilmente capire. Il padrone di Pechino sa insomma come parlare all’Occidente. Come ha notato l’ex giornalista Rai Claudio Pagliara (oggi direttore dell’Istituto di cultura italiano di New York), il leader cinese si rivolge alla platea internazionale utilizzano il registro di un «globalismo neoliberista basato sul miglioramento istituzionale e sull’interdipendenza economica».
Questo abito “liberale” è però totalmente dismesso in patria. Agli occhi dei cinesi, Xi si propone come una sorta di Mao Zedong, cioè come il nuovo Grande Timoniere che deve guidare il suo popolo verso un futuro radioso. Naturalmente, il leader cinese utilizza gli strumenti propagandistici adatti al nostro tempo, non certo gli slogan truci delle Guardie Rosse di 60 anni fa. Lo slogan che ha accompagnato, fin dall’inizio, l’ascesa di Xi è stato quello del “sogno cinese” che divenne anche una ballata popolare lanciata da una cantante pop. Quel “chinese dream” è in chiara contrapposizione all’ “american dream” e sta a significare una volontà di sfida al colosso statunitense, quasi a prevenire una possibile influenza del “soft power” americano su una parte della popolazione cinese.
Questo modello propagandistico apparentemente affabile e intimistico (ogni abitante del “Paese di mezzo” ha diritto alla sua felicità e al suo benessere) è accompagnato da una stretta feroce sulla libertà di espressione. Xi ha abbandonato le caute aperture del suo predecessore Hu Jintao. Non c’è oggi popolo più controllato di quello cinese, anche e soprattutto grazie ai nuovi strumenti informatico di cui la Cina è all’avanguardia.
Questo primato tecnologico crea però una notevole contraddizione. Perché l’iper attività sul web fa dei cinesi un popolo di internauti. E, per quanto possano essere strette le maglie della censura telematica, qualcosa, anzi più di qualcosa, può sempre circolare liberamente in Rete, ancorché in Cina sia cosa sempre rischiosa.
Capita così che, sul web, la fisionomia del leader cinese sia stata fin dall’inizio accostata a quella di Winnie the Pooh, il simpatico orsetto ghiotto di miele. Xi Jinping è stato per anni ossessionato da questo accostamento. È gustoso il ritratto che ne fa in proposito Goffredo Buccini nel suo recente libro “Tyrannis”: «Grassoccio e ballonzolante, il nuovo padrone di Pechino somigliava, secondo i suoi connazionali, all’adorabile personaggio nato dai romanzi di Alan Milne e poi diventato eroe di cartone: una terribile fonte di presa in giro tra gli internauti». Un leader occidentale si sarebbe divertito, ma nelle dittature funziona diversamente: è proibito ridere del capo supremo.
Far circolare sul web l’immagine di Winnie the Pooh può costare in Cina diversi anni di galera. Ciò non toglie che il senso del ridicolo costituisce da sempre un grande veleno per le tirannie. In fondo, nell’apparato propagandistico delle dittature c’è sempre tanta cartapesta. E anche un innocuo cartone animato può trasformarsi in un’arma letale.



