“Il calendario del campionato di calcio è stato fatto con i piedi da un deficiente”.
Più che pietre, erano cazzotti le parole pronunciate dal presidente della Federtennis, Angelo Binaghi, sul caso surreale che si è scatenato intorno all’orario in cui far disputare il derby tra Roma e Lazio.
Un intervento durissimo, che evidenzia in modo plateale lo stato di crisi profonda del nostro calcio, assente dai Mondiali e privo di una guida.
Fino a qualche anno fa, infatti, nessuno avrebbe osato esprimersi in questi termini sul Dio pallone. Quei tempi però sono finiti e il tennis, in particolare, può permettersi di fare la voce grossa.
Binaghi è, da ben 25 anni, il punto di riferimento politico di un movimento che ha in Sinner la sua punta di diamante e che può contare anche su tante altre frecce al proprio arco (Musetti, Cobolli, Darderi, Sonego). Le frecce del calcio italiano, invece, in questo momento sembrano tutte rotte o spuntate.
Eloquenti, in tal senso, sono state le parole di Paolo Maldini che, ospite degli Internazionali di tennis, ieri ha detto: “Credo che avere un numero 1 aumenti l’interesse. Ma tanti giocatori in top 100 non sono casualità. Serve programmazione, quella che è mancata al calcio”.
L’indebolimento strutturale del calcio è apparso evidente anche attraverso altre parole di Binaghi. Quando il presidente della FITP ha domandato: “Secondo voi oggi in Italia dobbiamo spostarci noi o il calcio? Lo vada a chiedere all’opinione pubblica, vediamo cosa le rispondono”, stava chiaramente facendo capire che oggi mettersi contro il tennis non conviene a nessuno, perché si rischia di farsi molto male.
Che Binaghi sia un uomo che parla senza giri di parole è cosa nota ma, ultimamente, il livello delle sue dichiarazioni sul mondo del calcio è salito di intensità. Soltanto un mese fa, circondato da microfoni, alla richiesta di commentare l’ipotesi della candidatura di Giovanni Malagò a presidente della FIGC aveva risposto che lo riteneva inadatto, dal momento che “l’occasione per cambiare strutturalmente il calcio italiano c’è stata otto anni fa, ma è stata persa proprio con Malagò”. Poi aveva aggiunto: “Se mi si dice che le riforme — nel calcio — le deve fare Malagò, un po’ mi viene da sorridere. È una persona molto capace ad attrarre, è un campione nel gestire e distribuire potere. Ma fare le riforme è un’altra cosa: bisogna avere idee chiare, fare scelte anche impopolari. Malagò è simpatico ma per fare le rivoluzioni e le riforme serve essere antipatici”.
Il presidente della FITP sta lanciando messaggi molto chiari, che delineano i contorni della rivoluzione in atto nello sport italiano: il passaggio da un sistema semi-monopolistico a uno pluralistico. Non soltanto oggi il tennis gode di un potere e di un prestigio secondi a nessuno ma anche i cosiddetti sport minori hanno voglia di rivincita e di prendersi il loro posto al sole.
Il calcio è avvisato e farebbe bene ad attrezzarsi, perché la concorrenza è agguerrita.
