Ben-Gvir e la destra messianica, chi sono e cosa vogliono gli apocalittici di Israele

giovedì, 21 Maggio 2026
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Persino i suoi colleghi di governo hanno usato parole dure nei suoi confronti. Il ministro Itamar Ben-Gvir l’ha fatta veramente grossa. Deridere gli attivisti della Flotilla, piegati e ammanettati come capretti, ha messo in serio  imbarazzo tutto l’esecutivo di Gerusalemme.

Il più duro è stato ministro degli Esteri Gideon Saar che gli ha detto: «Tu non sei il volto di Israele. Con questa vergognosa  performance, hai consapevolmente arrecato danno al Paese, e non è la prima volta». Anche Benjamin Netanyahu, che non è certo un bardo dei diritti umani, ha preso le distanze: «Il modo in cui il ministro Ben-Gvir ha trattato gli attivisti della flottiglia non è in linea con i valori». Il diretto interessato non si è però scomposto e ha risposto per le rime: «C’è chi nel governo ancora non ha capito come ci si deve comportare con i  sostenitori del terrorismo».

A questo punto ci si chiede se questa polemica dentro il governo israeliano avrà serie ripercussioni. Sicuramente no. Lo Stato ebraico non può permettersi crisi politiche mentre è impegnato nella guerra con l’Iran. E così questo ministro estremista potrà continuare impunemente le sue sconcertanti provocazioni. A chi se ne fosse dimenticato, ricordiamo che è stato lui a brindare platealmente alla legge che introduce la pena di morte per i terroristi di Hamas.

La vera domanda è però un’altra: perché Ben-Gvir è così spavaldo? Perché lo sopportano? Perché un soggetto simile siede al governo di quella che, tutto sommato, rimane l’unica democrazia del Medio Oriente?

Diciamo, mantenendoci molto terra terra, che i suoi voti e quelli dell’altro ministro estremista, Bezamel Smotrich, servono a Netanyahu per mantenersi al governo. Ma non è solo questo il punto. Il problema serio è che questi due signori sono i leader di quella che è chiamata la “destra messianica”, una componente certo minoritaria della politica israeliana, ma che rimane terribilmente trainante perché ne rappresenta in modo eclatante la crescente vocazione integralistica. Dall’originario sionismo laico e socialista dei fondatori dello Stato ebraico, quella società sta passando a un sionismo di impronta marcatamente religiosa.

Parlare di destra messianica vuol dire parlare degli insediamenti dei coloni ebrei in Cisgiordania, una continua ma inesorabile politica (non più tanto silenziosa) di invasione dei territeri palestinesi che va avanti da quasi  60 anni e che nessuno riesce (o vuole) fermare. Questo processo ha una base apocalittica che rappresenta uno dei tratti più preoccupanti della società israeliana

Per capire perché Ben-Gvir è così potente bisogna fare più di un passo indietro nella storia del Medio Oriente. Tutto comicia alla fine della Guerra dei Sei Giorni, nel 1967, quando un rabbino, Zvi Yehuda Kook, dà inizio a un’intensa predicazione per incitare gli ebrei a colonizzare le terre appena conquistate dall’esercito israeliano identificando l’occupazione di Giudea e Samaria (la Cisgiordania) come un una sorta di compimento delle Scritture.

Di qui, nel 1968, la partenza del primo gruppo di coloni: la destinazione è Hebron, non una città qualsiasi ma il luogo in cui, secondo la tradizione, sono conservate le Tombe dei Patriarchi, da Abramo in poi. Anche per i musulmani e per i cristiani Abramo è una figura centrale, tant’è che ebraismo, cristianesimo e islam vengono definite religioni “abramitiche”. Hebron dovrebbe essere un luogo di pace e di convivenza inter-religiosa e invece diventa negli anni una zona di conflitto. Viene gettato un seme di guerra in una città a maggioranza arabo-palestinese (molti palestinesi, peraltro, sono cristiani). Da allora, progressivamente, si assiste all’ascesa ininterrotta del sionismo messianico-religioso a danno, come abbiamo già rilevato, del sionismo laico-socialista . I “messianici” si propongono come l’espressione di un legame comunitario-religioso più forte di quello normalmente stabilito dai cittadini con lo Stato. La colonizzazione dei territori biblici (Eretz Israel) riceve così la massima legittimazione ideologica possibile.

Vale la pena osservare che, da quel mondo di pulsioni apocalittiche, veniva Baruch Goldstein, il medico israeliano-statunitense che il 25 febbraio 1994 compì una strage di palestinesi che erano in preghiera in una moschea di Hebron. La storia di quell’eccidio (e di quello che è successo dopo) è tristemente esemplare dell’inimicizia assoluta che domina nei luoghi santi e dell’esplosività dell’odierno messianismo.

Goldestein era nato a Brooklin nel 1956. Era seguace del rabbino estremista americano Meir Kahane. Nel 1983 emigra in Israele ed è tra i coloni ebrei che si insediano a Hebron. La mattina della strage si reca alla Moschea di Abramo. È significativo che, nella terra santa contesa, uno stesso luogo di culto può assumere significati diversi. Per gli ebrei è la Tomba dei Patriarchi, dove riposano anche Isacco e Giacobbe.

Sono lì riuniti 800 musulmani. Goldestein è armato di un fucile mitragliatore. Uccide 29 fedeli islamici. Viene subito dopo circondato da palestinesi inferociti e finito a colpi di bastone. Da allora, il luogo in cui è ucciso è meta di pellegrinaggio di nazionalisti religiosi ebrei. E questo la dice lunga sulla ferocia ideologica che pervade gli integralisti israeliani.

Strage chiama strage. Il gesto del colono di Hebron avrà un impatto devastante nel confronto israeliano-palestinese. Sono i mesi della speranza in una pace possibile. Gli accordi di Oslo dell’agosto precedente, sottoscritti dal governo di Tel Aviv (rappresentato dal laico laburista Yitzhak Rabin) e l’Olp di Yasser Arafat fanno nascere l’Autorità palestinese in Cisgiordania e prefigurano un percorso che potrebbe portare un giorno lontano alla nascita dello Stato atteso fin dal 1948 dagli arabi che abitavano il territorio su cui è sorto Israele. Già, potrebbe… ma le cose prendono, come è tristemente noto, tutt’altra piega.

Il 6 aprile, 40 giorni dopo la strage alla Moschea di Abramo, uno shahid di Hamas  si fa esplodere a Afula provocando la morte di 9 israeliani. È la risposta palestinese all’eccidio di Hebron.

Ma è anche molto di più. È la prima volta che un palestinese compie un attentato suicida ed è anche la prima volta che l’arma degli uomini-bomba viene utilizzata in ambito sunnita. Fino ad allora i “martiri” erano una prerogativa del mondo sciita. Gli shaihd avevano fatto la loro comparsa a Beirut nei due attentati suicidi contro la forza multinazionale in Libano che nell’ottobre 1983 avevano provocato centinaia di morti tra marines americani e parà francesi. A rivendicare le due stragi furono gli Hezbollah filoiraniani.

Al dunque, due messianismi religiosi (a quello ebraico si aggiunge quello musulmano) si combattono in Medio Oriente. E non c’è niente di più disumano. Un focolaio permanente di guerra che rende insicura la vita di tutti, anche di chi vive a migliaia di chilometri di distanza.

Ben-Gvir i i suoi messianici hanno in mente di radere al suolo la moschea di Al Aqsa a Gerusalemme e di ricostruirvi sopra il Tempio di Salomone. Oggi è un progetto irrealizzabile perché il mondo islamico esploderebbe di rabbia con conseguenze catastrofiche. Ma tra una generazione, in mondo eventualmente dominato dagli integralismi, non possiamo escludere una possibilità simile. E a quel punto l’Apocalisse diventerebbe realtà.

Attenti a questo individuo che deride ignobilmente centinaia di persone ammanettate e umiliate. Il suo non è una semplice provocazione horror, ma l’espressione di qualcosa di molto, molto più inquietante.

 

 

 

 

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