Ci sono progetti editoriali che nascono come risposta a un’assenza. Dal nome, dalla grafica, dal primo titolo scelto, si comprende subito che quello che stai tenendo in mano non è il frutto di un’analisi di mercato ma di una convinzione. Crêuza de Mä Edizioni è una di queste cose. Nasce nel marzo 2026, a Genova, dall’idea di Matteo Fortuna insieme a Edoardo Fantini e Stefano Massari, e già il nome porta con sé un mondo intero: crêuza de mä in dialetto genovese è il vicolo che scende al mare, il sentiero stretto e sghembo che i marinai percorrevano all’alba prima di salpare, quello che De André ha trasformato in una delle sue canzoni più dense e misteriose.
Non è una scelta di stile, è una dichiarazione di poetica — perché i sentieri obliqui, quelli che non appaiono sulle mappe più in vista, sono esattamente il tipo di percorsi che questa casa editrice vuole raccontare. L’obiettivo dichiarato è dare spazio alle cosiddette “azioni buone” (da cui il suffisso CDM Lab), storie di trasformazione, coraggio e responsabilità personale che il flusso dell’informazione contemporanea tende a inghiottire senza lasciare traccia, e farlo attraverso un modello narrativo che intreccia fin dall’inizio la parola scritta con il linguaggio cinematografico — ogni volume della collana Ostinati e contrari è accompagnato da un cortometraggio accessibile tramite QR code in copertina, un gesto che non è un gadget promozionale ma una scelta culturale precisa, il segno di chi sa che certe storie chiedono più di un linguaggio per essere davvero dette.
Il primo titolo di questa collana è Dio al mio angolo di George Foreman, e quando capisci perché lo hanno scelto come libro inaugurale capisci anche molto di quello che Crêuza de Mä vuole essere. Perché la vita di George Foreman è esattamente il tipo di storia che si fatica a contenere in una sola forma — è troppo larga, troppo contraddittoria, troppo piena di svolte improvvise per stare dentro i confini di un racconto sportivo o di una biografia devozionale, ed è proprio in questo eccesso che risiede la sua forza. Bisogna immaginarlo bambino nei sobborghi di Houston, in uno di quei quartieri dove la povertà non è uno sfondo ma una condizione che modella il corpo e la mente fin dall’inizio, dove la rabbia non è un’emozione passeggera ma una risposta adattiva al mondo. La boxe arriva come arrivano certe cose decisive — non come una scelta ragionata ma come un incontro, come qualcosa che ti trova prima che tu abbia avuto il tempo di cercarlo — e in Foreman diventa subito molto più di uno sport: diventa la prova che esiste una via d’uscita, che la forza fisica può diventare un passaporto verso qualcosa di diverso.
A diciannove anni sale sul podio alle Olimpiadi di Città del Messico con la medaglia d’oro al collo e una piccola bandierina americana in mano, gesto che in quel 1968 carico di tensioni politiche e razziali dice moltissimo su chi è e su come vuole essere visto. Poi viene la carriera professionale, e viene in fretta, con quella brutalità efficiente che caratterizza i grandi pugili: nel 1973 demolisce Joe Frazier in meno di due round, due volte a terra, e il mondo capisce che questo ragazzo di Houston è diventato qualcosa di diverso da un semplice campione — è diventato una forza della natura, qualcosa che spaventa prima ancora di colpire. Ma le forze della natura, si sa, prima o poi incontrano qualcosa di più grande di loro, e per Foreman quell’incontro ha un nome e una data precisi: Muhammad Ali, Kinshasa, ottobre 1974. Il “Rumble in the Jungle” è diventato uno dei momenti più raccontati e analizzati della storia dello sport, ma quello che interessa qui non è la tattica o la cronaca dell’incontro — è quello che succede dentro Foreman quando capisce che sta perdendo, quando il pavimento del ring arriva a incontrarlo e Ali è già altrove, già oltre, già nella leggenda.
C’è qualcosa che si rompe in quella notte africana, qualcosa che non riguarda solo l’orgoglio di un campione battuto ma tocca qualcosa di più profondo, di più fragile — l’idea che la forza sia sufficiente, che il corpo possa bastare, che vincere sia la risposta giusta alle domande giuste. Foreman continua a combattere per anni ancora, ma qualcosa è cambiato, e si sente — nelle interviste dell’epoca, nello sguardo nelle foto — come se stesse cercando qualcosa che il ring non riesce più a dargli. Poi arriva il 1977, e arriva come arrivano certi momenti decisivi: durante un incontro, un malore, un istante in cui il corpo dice basta e la mente si ferma. Foreman lo vive come una chiamata, come un segnale che non ammette interpretazioni alternative, e quello che fa dopo richiede un tipo di coraggio che non ha nulla a che vedere con quello che serve per salire su un ring — si ritira, si allontana da tutto quello che lo ha definito fino a quel momento, inizia a predicare in chiese piccole e quartieri periferici, fonda un centro per ragazzi in difficoltà a Houston, torna nei posti da cui veniva non come un vincitore che porta i trofei a casa ma come un uomo che ha deciso di rendersi utile. Ci sono dieci anni di questo, dieci anni in cui George Foreman sparisce dai radar dello sport e vive una vita che il grande pubblico non vede e non racconta, e sono probabilmente gli anni più importanti della sua esistenza — quelli in cui la trasformazione avviene davvero, lentamente, senza spettatori.
Il libro restituisce questo periodo con una misura che si rivela la sua scelta narrativa più coraggiosa: non c’è enfasi, non c’è la voce di chi ha già sistemato tutto nella memoria e presenta la propria conversione come un percorso lineare verso la luce. C’è invece la fatica vera di chi ha dovuto imparare a stare fermo, a non riempire il silenzio con la velocità, a scoprire che la fede non è una risposta ma una pratica quotidiana che chiede molto più della forza fisica che aveva allenato per tutta la vita. E poi, quando meno te lo aspetti, il ritorno. Nel 1987 Foreman risale su un ring, a trentotto anni, con un corpo che non è più quello del campione del 1973 ma con qualcosa di diverso negli occhi — non sta cercando gloria, sta cercando fondi per i suoi progetti sociali, sta usando quello che sa fare per sostenere quello in cui crede. È un capovolgimento completo di senso, e la storia che segue — la riconquista del titolo mondiale nel 1994, a quarantacinque anni, il campione più anziano della storia dei pesi massimi — acquista in questo contesto un significato che va molto oltre il record sportivo. Non è la storia di un grande ritorno, è la storia di un uomo che ha imparato a combattere per ragioni diverse, e che forse per questo vince in modo diverso.
Ad accompagnare tutto questo c’è Aurora, il cortometraggio diretto da Edoardo Fantini e girato nel quartiere CEP di Genova Prà con ragazze del posto — due adolescenti cresciute nello stesso contesto difficile che reagiscono in modo opposto al disagio, una con la rabbia, l’altra con la disciplina che il pugilato le insegna — un lavoro che non spiega il libro ma lo abita, che prende gli stessi temi e li trasla in un linguaggio visivo capace di stare in piedi da solo. Nel panorama culturale attuale, in cui si parla molto di narrazioni positive e poco si riesce a costruirle senza scivolare nell’ottimismo di maniera, Crêuza de Mä Edizioni fa qualcosa di più difficile e più necessario: sceglie storie vere, complesse, segnate da cadute reali, e le racconta senza togliere loro il peso che le rende significative. La vita di George Foreman non è una favola e il libro non la tratta come tale — è la storia di un uomo che ha dovuto perdere molto per capire cosa valeva davvero, e che ha trovato nella fede e nel servizio agli altri non una consolazione ma una forma più autentica di forza. È esattamente il tipo di storia di cui abbiamo bisogno, e il fatto che ci sia qualcuno disposto a costruire uno spazio editoriale per raccontarla — con cura, con coerenza, con la consapevolezza che certe storie meritano più di un linguaggio — è una notizia che vale la pena di diffondere.
Vittorio Zenardi



