La pace fantasma tra Iran e Usa: il memorandum che agita il Medio Oriente

mercoledì, 27 Maggio 2026
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Una pace annunciata, rilanciata e subito smentita. Il presunto accordo tra Iran e Stati Uniti, battezzato dai media di Teheran “Memorandum di Islamabad”, assomiglia più a un’operazione di guerra psicologica che a una vera svolta diplomatica. La Repubblica islamica ha diffuso dettagli su un’intesa che prevederebbe il ritiro delle forze americane dall’area e la riapertura dello Stretto di Hormuz, ma Washington ha liquidato tutto come “una completa invenzione”. Nel mezzo resta una partita comunicativa cruciale: Teheran tenta di guidare il racconto della crisi e di presentarsi come l’attore che detta condizioni agli Stati Uniti, sfruttando il peso strategico di Hormuz e la leva della propaganda.

Secondo quanto illustrato dalla televisione di Stato iraniana, la bozza dell’accordo prevederebbe il ritiro delle forze militari americane vicine al territorio iraniano e la revoca del blocco navale ai porti della Repubblica islamica. In cambio Teheran si impegnerebbe a ripristinare entro un mese il traffico commerciale nello Stretto di Hormuz ai livelli precedenti al conflitto. La gestione del transito navale verrebbe affidata a un meccanismo congiunto tra Iran e Oman, paese che da anni mantiene un ruolo di mediazione nei rapporti tra Washington e Teheran.

Il documento, rilanciato dai media internazionali, prevede inoltre che un eventuale accordo definitivo venga approvato entro sessanta giorni attraverso una risoluzione vincolante del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Ma la stessa televisione iraniana ha precisato che il memorandum “non è ancora definitivo” e che la Repubblica islamica non intraprenderà alcuna azione senza “verifiche concrete” sugli impegni americani.

La Casa Bianca ha reagito con durezza, definendo le indiscrezioni diffuse dai media iraniani “completamente inventate”. Una smentita netta che conferma quanto la partita si giochi soprattutto sul terreno della comunicazione politica.

Teheran sembra infatti voler costruire una narrazione precisa: mostrare un Iran forte, capace di costringere gli Stati Uniti a trattare e di usare lo Stretto di Hormuz come leva geopolitica. Non a caso Ali Akbar Velayati, consigliere della Guida Suprema iraniana, ha scritto che “il vero garante dell’accordo è Hormuz”, sottolineando come la geografia conti più delle firme diplomatiche.

Anche il vice capo del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale, Ali Bagheri, ha confermato che i contatti indiretti con Washington proseguono, pur ribadendo l’esistenza di profonde divergenze. Teheran continua infatti a escludere qualsiasi trattativa sulle proprie scorte di uranio altamente arricchito, uno dei punti più delicati per gli Stati Uniti e per la comunità internazionale.

Nel frattempo il conflitto regionale continua ad allargarsi. Il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha annunciato l’uccisione del nuovo capo militare di Hamas, Mohammed Odeh, in un raid dell’Idf a Gaza, tornando anche a evocare il piano di “emigrazione volontaria” dei palestinesi dalla Striscia. Hezbollah, dal Libano, ha invece dichiarato di aver combattuto “a distanza ravvicinata” contro le forze israeliane a nord del fiume Litani.

In questo scenario il “Memorandum di Islamabad” appare soprattutto come un ballon d’essai: una fuga di notizie controllata per testare le reazioni internazionali, influenzare il dibattito diplomatico e rafforzare la posizione iraniana sul piano mediatico. Più che una pace imminente, per ora sembra una pace fantasma.

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