Escalation senza precedenti e nuova crisi nel Golfo. Il botta e risposta tra Iran e Usa non cessa e stavolta sono state colpite nel cuore le basi americane di istanza in Kuwait, Bahrein e Giordania. Le Guardie della Rivoluzione iraniane hanno rivendicato attacchi con 12 missili balistici contro la base aerea di Al-Azraq in Giordania, dove operano F-35, F-15 e F-16 americani. Teheran parla di strutture distrutte e un gran numero di caccia colpiti. Altri missili avrebbero centrato le basi di Ali al-Salem e Ahmad al-Jaber in Kuwait e la base aerea di Sheikh Isa in Bahrein, sede della Quinta Flotta USA. Complessivamente 18 obiettivi, cosi dicono, per punire l’esercito statunitense, dopo i raid su Karaj, Nazarabad e Pishva. Il Kuwait ha risposto attivando le difese aeree contro i bersagli ostili e ha chiuso temporaneamente lo spazio aereo per rischi alla popolazione civile. L’esercito USA annuncia intanto raid di autodifesa contro sistemi di comunicazione, sorveglianza e difesa aerea iraniani. Il New York Times segnala, da immagini satellitari, danni a un impianto idrico sulla costa iraniana vicino allo Stretto di Hormuz, compatibili con bombe di matrice iraniana. Non è chiaro se il colpo sia stato volontario. L’Iran passa a un attacco diretto contro basi USA, ma sceglie obiettivi militari ed evita centri urbani. È una rappresaglia calibrata per rispondere all’opinione interna senza provocare una guerra totale. Washington replica colpendo capacità difensive iraniane per scoraggiare nuovi lanci. La soglia critica rimane lo Stretto di Hormuz. Finché lo scambio resta tra basi militari, il conflitto resta circoscritto. Se una delle parti colpirà infrastrutture civili o energetiche, il rischio si allarga a tutta l’economia globale. La partita ora si gioca sulla proporzione della risposta. Se gli USA limiteranno i raid a obiettivi militari e l’Iran non colpirà città o infrastrutture civili, il conflitto potrebbe restare circoscritto. Se invece una delle due parti forzerà la mano, lo Stretto di Hormuz da cui passa il 20% del petrolio mondiale diventa il vero obiettivo strategico. Per ora nessuno parla di guerra totale. Ma nel Golfo, con le basi piene di F-35 e i cieli chiusi, la distanza tra rappresaglia e conflitto aperto è davvero sottile.


