Cassazione: sanzione più pesante per l’avvocato che abusa dell’IA senza verificare le fonti

venerdì, 26 Giugno 2026
1 minuto di lettura

L’intelligenza artificiale può essere un valido alleato nello studio legale, ma non solleva il professionista dai suoi doveri fondamentali. La Terza sezione penale della Corte di Cassazione, con la sentenza n. 23006 (ripresa dal Sole 24 Ore), ha stabilito un principio chiaro: l’avvocato che abusa dei sistemi di IA nell’attività di difesa, inserendo negli atti citazioni inesistenti, rischia una sanzione pecuniaria maggiorata da versare alla Cassa delle ammende.

Secondo gli Ermellini, l’uso della tecnologia non esonera in alcun modo il difensore dal dovere professionale di verificare la veridicità e la pertinenza delle fonti richiamate.

Se l’errore dell’algoritmo diventa “colpa grave”

Il nodo centrale della pronuncia riguarda la gravità della condotta. Presentare in giudizio precedenti giurisprudenziali inventati dall’algoritmo (le cosiddette “allucinazioni” dell’IA) non equivale a proporre motivi semplicemente deboli o ripetitivi.

Il “Palazzaccio” evidenzia come questa condotta alteri il corretto contraddittorio tra le parti e ostacoli il lavoro dei giudici. Per questa ragione, applicando l’articolo 616 del codice di procedura penale — che permette di graduare la sanzione in base alla causa di inammissibilità del ricorso —, la Suprema Corte ha ritenuto legittimo un aumento della sanzione pecuniaria. La colpa del ricorrente, in questo caso, è considerata decisamente più intensa.

“Non siamo di fronte a una fragilità di argomenti, ma a una patologia dell’atto di impugnazione che incide sul suo stesso statuto di serietà tecnico-professionale” — Corte di Cassazione, Sentenza n. 23006

La responsabilità resta umana: il dovere di controllo

La Cassazione ha smontato la tesi secondo cui l’errore del software possa essere considerato una scusante o un imprevisto inevitabile. La responsabilità finale dell’atto non si delega:

  • Il controllo dell’atto: Chi redige e firma il ricorso conserva il pieno controllo del documento e, di conseguenza, la responsabilità legale e deontologica di ciò che vi è scritto.

  • La negligenza: Citare sentenze mai pronunciate è sintomo di omessa verifica, trascuratezza professionale e, nei casi peggiori, di uno spregiudicato uso dello strumento processuale.

Bastava l’ordinaria diligenza

Per evitare la sanzione e, soprattutto, una figura opaca davanti al giudice, la Corte ricorda che sarebbe bastato applicare l’ordinaria diligenza professionale.

Prima di depositare l’atto, il difensore ha il dovere minimo di fare un controllo incrociato sui dati forniti dall’intelligenza artificiale, verificando elementi base come:

  1. Reale esistenza della decisione

  2. Numero della sentenza e sezione giudicante

  3. Data di pubblicazione

  4. Pertinenza della massima rispetto al caso trattato

L’assenza totale di questo filtro umano non cancella l’errore, ma lo aggrava, andando a colpire il nucleo stesso del metodo di redazione di un ricorso di legittimità. L’IA può scrivere la bozza, ma è sempre l’avvocato a metterci la firma (e a pagarne le conseguenze).

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.