Il silenzio degli algoritmi: se la creatività deve chiedere il permesso alla Silicon Valley

mercoledì, 1 Luglio 2026
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Foto credits Yannis Drakoulidis

Il caso “Artificial”: il film di Luca Guadagnino su OpenAI viene scaricato da Amazon, trova un alleato in Neon e lancia la sua sfida per gli Oscar.

C’è un’immagine, evocata da Luca Guadagnino durante una recente intervista a Otto e mezzo, che fotografa alla perfezione la distopia del nostro presente: le strade di San Francisco, dove la disperazione umana più cruda si consuma sui marciapiedi all’ombra del fentanil, mentre accanto sfrecciano, silenziose e indifferenti, le auto a guida autonoma. È in questo squarcio tra iper-tecnologia e miseria reale che si colloca il caso cinematografico dell’anno: Artificial, il film da 40 milioni di dollari che mezza Hollywood ha cercato di far sparire e che ora, grazie al coraggio di Neon, punta dritto agli Oscar 2027.
La parabola di questo film non è solo una cronaca di corridoio tra major; è il sintomo di una malattia sistemica. Racconta di come la creatività artistica rischi oggi di dover chiedere il permesso ai nuovi “signori dell’algoritmo” per poter esistere.

L’idillio iniziale sembrava perfetto: un regista cult e audace come Luca Guadagnino (Challengers, Chiamami col tuo nome), una sceneggiatura satirica firmata da Simon Rich (Saturday Night Live), un cast stellare con Andrew Garfield nei panni del CEO di OpenAI Sam Altman e Ike Barinholtz in quelli di Elon Musk, e la colonna sonora di Damon Albarn. Il film, incentrato sui caotici giorni del licenziamento e successivo reintegro di Altman nel 2023, era praticamente pronto sotto l’egida di Amazon MGM Studios.

Poi, il corto circuito. A metà giugno 2026, Amazon scarica il progetto. Il motivo? Un gigantesco, macroscopico conflitto di interessi. Il colosso di Jeff Bezos ha recentemente siglato una partnership strategica sull’Intelligenza Artificiale da ben 50 miliardi di dollari. Distribuire un film che ritrae Sam Altman come un mitomane compulsivo e inaffidabile, ed Elon Musk come un personaggio sgradevole, avrebbe significato incrinare i rapporti diplomatici con la Silicon Valley. Non va dimenticato che i legami personali contano: Altman era tra gli ospiti d’onore al matrimonio di Bezos in Italia.

Ciò che spaventa di più, tuttavia, è l’effetto domino che è seguito. Di fronte al film rimasto orfano, i giganti dell’intrattenimento globale – da Netflix a Warner Bros., passando per le “coraggiose” A24 e Focus Features – si sono progressivamente tirati indietro. Una ritirata strategica dettata dal terrore di ritorsioni legali e politiche, ma soprattutto dalla consapevolezza che il futuro dell’industria dell’intrattenimento dipende dagli accordi tecnologici con le stesse aziende di AI.

La svolta di Neon e la corsa all’Oscar

Fortunatamente per la settima arte, la casa di distribuzione Neon ha deciso di fare una scelta di campo, rilevando i diritti mondiali del film. Un atto di resistenza culturale formale: distribuire Artificial significa rivendicare il ruolo del cinema come spazio di dialogo politico e sociale, non come semplice estensione dei dipartimenti di pubbliche relazioni delle Big Tech.

L’intesa tra Neon e Guadagnino punta ora a una clamorosa rivincita agli Oscar 2027. Una competizione che, ironicamente, si preannuncia rivoluzionaria: le nuove regole dell’Academy permetteranno ai film in lingua non inglese di competere in modo più fluido non solo come “rappresentanti di una nazione”, ma per il premio principale come Miglior Film. Un’ottima notizia per il cinema d’autore globale, che trova in Guadagnino un ambasciatore perfetto.

Il “Gadget” e l’identità: la visione di Guadagnino

Il regista italiano ha espresso chiaramente la sua filosofia sul tema. Per Guadagnino, l’Intelligenza Artificiale in sé non è il mostro finale, bensì un «gadget tecnologico, nemmeno particolarmente sofisticato e pieno di difetti». Il vero pericolo non risiede nella remota possibilità che una macchina diventi senziente, quanto nel modo in cui i mercati e i paesi stanno mutando la propria identità profonda per assecondarla.

Se il cinema abdica al compito di criticare, parodiare e analizzare i potenti del nostro tempo – siano essi politici, banchieri o guru della tecnologia – smette di essere arte e diventa puro intrattenimento anestetizzante. Il salvataggio di Artificial dimostra che c’è ancora spazio per il coraggio, ma il campanello d’allarme è suonato: la linea di confine tra la libertà d’espressione e il miliardario fatturato degli algoritmi è diventata pericolosamente sottile. Ed Hollywood, ha rischiato di farsi formattare l’anima dai signori del codice.

Vittorio Zenardi

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