La Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato lo Stato italiano a versare 60mila euro per le motivazioni contenute in un provvedimento giudiziario di un magistrato di Benevento, ritenute caratterizzate da un “palese approccio sessista” in un caso di violenza sessuale. I giudici di Strasburgo hanno accolto il ricorso presentato da Audrey Ubeda, cittadina francese che nel 2021 aveva denunciato l’ex compagno per maltrattamenti e abusi.
Nel suo ricorso, la donna ha parlato di una “svolta” personale e di una vittoria “in nome di tutte le donne”, definendo la sentenza un riconoscimento del proprio percorso di denuncia e sofferenza.
Al centro del caso, la richiesta di archiviazione avanzata dalla magistrata italiana, che secondo la Corte sarebbe stata fondata su considerazioni ritenute stereotipate. Nel provvedimento si legge infatti che “è comune negli uomini dover vincere quel minimo di resistenza di ogni donna” in una relazione stabile, una formulazione che la Cedu ha giudicato incompatibile con gli obblighi di tutela della vittima.
Secondo i giudici europei, tali affermazioni hanno violato il divieto di trattamenti inumani e degradanti e il diritto al rispetto della vita privata e familiare, oltre a configurare una forma di vittimizzazione secondaria. La Corte ha inoltre rilevato che l’indagine non ha rispettato i requisiti di tempestività ed effettività previsti dalla Convenzione europea.
La vicenda giudiziaria, ricostruita anche da La Verità, riguarda una serie di episodi di violenza denunciati dalla donna, che avrebbe subito maltrattamenti psicologici e fisici tra le mura domestiche, oltre a rapporti non consensuali. Nel corso del procedimento, alcune circostanze sarebbero state ridimensionate nelle valutazioni della procura.
I giudici di Strasburgo hanno inoltre richiamato criticità più ampie, parlando di un rischio di diffusione di stereotipi nei procedimenti sulla violenza domestica e di possibili ritardi e inefficienze nella tutela delle vittime, anche in relazione ai procedimenti civili e minorili legati alla vicenda.
Per la Corte, nel complesso, lo Stato italiano ha violato diversi articoli della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, sia per la gestione del caso di violenza sia per l’inerzia delle autorità nella tutela dei diritti della donna e dei figli.
