Caso Ranucci: Valter Lavitola sarebbe il mandante dell’attentato

martedì, 7 Luglio 2026
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Ci sarebbe un nuovo nome nell’inchiesta sull’attentato al giornalista di Report Sigfrido Ranucci, avvenuto nell’ottobre 2025 davanti alla sua abitazione a Pomezia. Secondo gli inquirenti si tratterebbe dell’imprenditore ed ex giornalista-editore Valter Lavitola. Nei giorni scorsi i carabinieri del Nucleo Investigativo di Roma e Frascati hanno eseguito una perquisizione a casa sua, sequestrando cellulare e pc. L’obiettivo era quello di trovare elementi sul movente che avrebbe spinto Lavitola a ordinare il blitz dinamitardo. Per i magistrati l’attentato sarebbe stato commissionato tramite un intermediario a una banda di quattro persone, arrestate la scorsa settimana tra Napoli e Avellino. Si tratta di P. D. e della moglie M. D. F., di S. M.e di A. P., 53 anni, ritenuto uno dei capi. A loro è contestata, in concorso, detenzione e uso di ordigno esplosivo, minaccia e danneggiamento, aggravati dal metodo mafioso. Secondo l’ordinanza del gip, l’imprenditore avrebbe pagato alcune migliaia di euro ai quattro e, dopo l’azione, si sarebbe reso disponibile a garantire un temporaneo allontanamento dal territorio e strumenti di pagamento ricaricabili per eludere le indagini. A interfacciarsi con l’intermediario era solo D. Ranucci è stato ascoltato come testimone: “Mi hanno chiesto se conoscevo gli arrestati e abbiamo ripercorso alcune vecchie inchieste di Report che hanno riguardato l’area geografica in cui vivevano i componenti della banda”, ha dichiarato. Gli inquirenti non escludono alcuna pista. Nel 2023 Il Riformista aveva pubblicato una foto che ritraeva Lavitola e Ranucci insieme nel ristorante romano dell’imprenditore. L’ingresso di Lavitola cambia il quadro. Dagli esecutori si passa al possibile mandante. Resta però il buco nero del movente. Che c’entra un ex editore con una banda campana? Le intercettazioni parlano di soldi e fuga, non di politica o inchieste specifiche. Eppure l’aggressione a Ranucci, firma scomoda di Report, riaccende il tema delle intimidazioni ai giornalisti d’inchiesta. I pm stanno cercando il filo tra Pomezia e l’area vesuviana, tra un ristorante a Roma e un ordigno fuori casa. Se Lavitola fosse davvero il mandante, vorrebbe dire che l’attacco non è stato un gesto isolato, ma un’operazione pagata e organizzata. Ora manca la prova che colleghi davvero: “Quello” alla villa di Pomezia. Siamo ad oggi nell’ordine delle ipotesi. Staremo a vedere.

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