Lino Banfi, premio alla carriera all’Italian Global Series: “Ora a 90 anni farò un mio podcast” | Video

martedì, 7 Luglio 2026
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A pochi giorni dal suo novantesimo compleanno  – che festeggerà con la messa in onda speciale di Lino storia di un italieno il prossimo 8 luglio – Lino Banfi è stato protagonista di una lunga conversazione sul palco dell’Italian Global Series a Rimini dove ha ritirato il premio alla carriera: dal debutto al cinema a “Un medico in famiglia”, passando per gli aneddoti con Nadia Cassini, Edwige Fenech e Pelé. Una vita intera raccontata senza filtri, tra risate e commozione, coronata dall’annuncio di un progetto tutto nuovo: perché, come ha detto lui stesso, a 90 anni la pensione è ancora molto lontana.

Lino Banfi sorprende con un annuncio: un podcast tutto suo

Prima ancora degli aneddoti e dei ricordi, Banfi ha voluto regalare al pubblico una notizia inedita, mai anticipata alla stampa: il lancio di un podcast personale, sigla già composta in testa compresa.
“Vi do un’anteprima, non l’ho mai detta a nessuno: a voi lo voglio dire perché è fresca la notizia, non l’ho data ancora ai giornali, la sto dando a piccole dosi”, ha esordito l’attore, raccontando di aver proposto l’idea al figlio Walter. Il titolo, “Parlando con le stelle”, è già stato depositato, e Banfi ha subito chiarito di aver verificato che non ci fossero problemi con l’omonimo programma di Milly Carlucci: “Hanno detto no, per carità, non c’è problema. Anzi, qualcuno ha risposto: ‘Siamo felici che si chiami così, Lino sei talmente bravo e conosciuto che ci fa piacere’”.
Gli esordi: dalla divisa militare al set di Sanremo
La carriera di Banfi è cominciata quasi per caso, e in uniforme. Era il 1959 quando il futuro attore — allora caporal maggiore Pasquale Zagaria dell’89° Fanteria — si trovò per la prima volta davanti a una macchina da presa. “Mi dissero che stavano facendo un film. Sono andato lì e mi sono presentato. Mi videro con la divisa: ‘Ma tu fai il militare, puoi venire? Ti danno il permesso?’ ‘Ma certo!’ ‘Allora vieni.’ E feci questo piccolo ruolo per poche lire, che non mi bastavano nemmeno per pagare il viaggio da Arma di Taggia a Sanremo. Però per me è stato l’ingresso nel mondo del cinema”, ha raccontato Banfi.

Una comicità che i tempi hanno cambiato

Nel corso della serata, l’attore si è soffermato a lungo su come sia cambiato il linguaggio comico negli ultimi decenni, citando pellicole che oggi sarebbe impossibile girare. “Se facessimo, per esempio, quel pezzo che facevo io col prete, dove a un certo punto vicino al Colosseo parliamo, cantiamo quasi in arabo… se succedesse oggi, sarei decapitato di sicuro”, ha spiegato.
L’esempio più emblematico resta però “Dio li fa e li accoppia”, girato con Steno e Johnny Dorelli: “Io facevo il ruolo di un salumiere gay, ma esageratamente gay, di quelli che non si usa più fare. Perché è brutto prendere in giro una certa categoria di persone, stupendamente uguali a noi — anzi, sotto certi aspetti, spesso più riflessive di noi”. La battuta cult del film, costruita su un gioco di parole tra “Riccione” e un termine dialettale pugliese per indicare l’omosessualità e fraintesa da due turisti nordeuropei, è rimasta nella memoria collettiva. “Se lo facessi adesso, questo film, trentacinque anni dopo, cosa succederebbe sui giornali?”, si è chiesto l’attore.

Aneddoti raccontati con garbo

Quella di Banfi, però, non è mai stata comicità volgare, ma comicità di misura: lo dimostra un aneddoto raccontato per la prima volta in pubblico, quello del dermatologo che operò sua madre a Canosa di Puglia. “Quelli abbronzati, belli, alti, con tutto il codazzo di medici appresso. Appena mi vide disse ai ragazzi: ‘Andate, io sto un po’ con Banfi, chiacchieriamo un attimo’. Entrò di corsa nel suo ufficio, chiuse la porta a chiave e improvvisamente si inginocchiò vicino a me”, ha raccontato Banfi. “Prese la mia mano, la baciò e disse: ‘Finalmente posso baciare la mano che ha toccato il sedere di Nadia!’”

La scena richiamava la celebre sequenza con Nadia Cassini — il cui lato B era stato assicurato per un miliardo di lire — durante la quale Banfi aveva aggiunto di sua iniziativa una battuta che non era sul copione: “Oltre a ‘Madonna benedetta, l’incoronetta’, aggiunsi: ‘Se ci fosse Michelangelo ti darebbe una martellata, piano la martellata, piano. E poi direbbe: perché non parli?’”. Una battuta, ha sottolineato con orgoglio, “bellissima, se vogliamo anche una battuta di cultura”. E poi la regola che si è imposto per tutta la carriera: “Dicevo sempre al regista: ‘Guarda, io ho detto questa cosa in più, se ti va tienila, se no tagliala, decidi tu’. Ma le battute le hanno sempre tenute”.

Edwige Fenech e un imbarazzo da ex seminarista

Un posto speciale, nella galleria dei ricordi femminili di Banfi, spetta a Edwige Fenech, con cui girò tra gli altri “La soldatessa alle grandi manovre” e “Cornetti alla crema”. L’attore ha ricordato con affetto e ironia il loro primo incontro sul set, quando la sua educazione da ex seminarista lo tradì.
“Per la mia educazione — venivo dal seminario, ho fatto il prete da ragazzo, anche se non era assolutamente nelle mie corde, tanto che poi mi cacciarono perché volevo andare a vedere le suore in un convento lì vicino — quando mi sono trovato Edwige mezza nuda tra le braccia, che faceva innamorare tutti e diceva ‘Madonna!’, per rispetto ho automaticamente indietreggiato e le ho detto: ‘Scusa’”, ha raccontato Banfi. La risposta di Fenech fu memorabile: “Perché mi chiedi scusa, amore? Se non fosse successo niente, allora sì che mi sarei offesa: avrei pensato di essere brutta. È successo quello che sarebbe successo con qualunque uomo”.

A chiudere l’omaggio, uno dei giochi di parole più eleganti della serata: “È nata a Bona. Ha fatto un film con me e ancora oggi, all’età che ha, è bona. E sapete dove vive? A Lisbona: un destino!”, ha detto Banfi, tra le risate del pubblico.

Un museo di memorie: Papa Francesco, Pelé e la lettera di Fellini

Tra i momenti più intensi della serata, il racconto dell’incontro con Papa Francesco. Banfi porta sempre con sé quella fotografia come sfondo del cellulare, accanto a un’immagine di un bacio con la moglie Lucia sulla cover.
“Mai mi sarei aspettato che un Papa mi dicesse: ‘Tu hai inventato un genere, lascerai per quattro generazioni il solletico al cuore delle persone che ti vogliono bene.’ Questo non me lo dimenticherò mai”, ha raccontato l’attore. Nel suo studio privato convivono gigantografie, cartonati e cimeli di una vita: quello della moglie e quello di Totò, regalati dalla Rai — “secondo i dirigenti, e hanno ragione, senza queste due persone tu non saresti Lino Banfi” — e una lettera di Fellini che quasi nessuno conosce: “Sono felice che la vedo solo io e la leggo solo io. Diceva, alla fine: ‘Non mancherà occasione di lavorare insieme’”. Tra le fotografie anche quella con Pelé e Falcao, scattata durante la sua Domenica In dell’86-87, che l’attore rivede ogni mattina passando dalla cucina allo studio: “Saluto la principessa e il principe: il principe è Totò, la principessa è Lucia. E poi vedo questa foto grande con Pelé e Falcao”.

“Un medico in famiglia” e l’orologio che non si toglie mai

Quarantacinque anni sempre al polso, attraverso 360 puntate e oltre cento varietà: l’orologio di Nonno Libero è diventato nel tempo un vero e proprio talismano, simbolo di una serie che ha segnato la televisione italiana.
“Ho parlato anche qui, al festival, con la produttrice Verdiana Bixio, che è la figlia del creatore della serie. Lei la vuole fare attendiamo la risposta della Rai, vorrei fosse un ultimo abbraccio al pubblico anche per solo quattro cinque puntate e raccontasse una famiglia inclusiva”, ha raccontato Banfi. “L’ho sempre definita ‘il varietà per varie età’: accontentavamo tutta la famiglia, dove ognuno aveva il suo problema — il figlio di 5 anni, quello di 9, la nipote, il nipote e così via. È stata una bella serie, che ha insegnato molto e ci ha fatto smettere di guardare quelle cose americane e dispersive, come Beautiful”. Sull’orologio, l’attore è sempre stato categorico: “Quando i registi mi dicono: ‘Signor Banfi, lo dobbiamo togliere, perché si vede l’orario’, io rispondo: ‘No, io lo giro, non si vede nessun orario, ma questo orologio dal polso non me lo togliete, perché è parte della mia vita’. L’ho rivisto poco fa in quella clip, mi ha dato un brividino: è sempre lo stesso, e cammina ancora”, ha confessato con gli occhi lucidi dopo aver visto sul maxi schermo la clip della famiglia Martini a tavola.

Il ricordo di Lucia e l’appello finale ai giovani

La chiusura più intima della serata è stata dedicata alla moglie Lucia, scomparsa tre anni e mezzo fa dopo sessantuno anni di matrimonio e dieci di fidanzamento. Rivolgendosi al pubblico, giovani e meno giovani, Banfi ha confessato una malinconia che lo accompagna ogni sera: “L’unica cosa che mi chiedo — e per cui mi arrabbio pure — è perché non riesco a sognare mia moglie. Sono tre anni e mezzo che ci penso tutte le sere, e qualcuno mi risponde: ‘Ma che bisogno c’è di sognarla? Quella sta con te’”. Con il tempo, però, ha trovato una sua pace: “È meglio che me la ricordi così com’è stata, per 61 anni di matrimonio e 10 di fidanzamento”.

A pochi giorni dal suo novantesimo compleanno, Banfi ha lanciato al pubblico un ultimo appello, il più sentito: “Perché non usiamo più la parola amore? Pare sia diventata una parola desueta, scartata dal vocabolario. Dirsela è bello, sia da vecchi che da giovani: io tenevo la mano di mia moglie mentre guardavamo la televisione, fino a qualche anno fa, e ci dicevamo ‘amore’, senza che ci fosse niente di male. Lo dico ai giovani: usatela più spesso, vi prego. Fatelo per me, per i miei novant’anni”.

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