Usa-Iran, escalation senza freni. Trump: “L’intesa è finita”. Greggio alle stelle

giovedì, 9 Luglio 2026
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Colpo su colpo e attacchi infiniti per tutta la giornata di ieri su Kuwait, Qatar e Bahrein. La furia americana verso l’Iran non cessa e la tregua salta come polvere al sole. Stati Uniti e Iran sono entrati in una spirale di attacchi reciproci che rischia di far esplodere il Golfo. In totale sono 90 gli obiettivi colpiti in Iran. La rappresaglia di Teheran non si è fatta attendere: l’esercito iraniano rivendica lanci di droni contro un sistema Patriot in Kuwait, un’antenna satellitare di allerta precoce in Qatar e depositi di carburante Usa in Bahrein. “Un gran numero di droni di vario tipo”, si legge nel comunicato dei Pasdaran citato Al Jazeera. Obiettivo: “difendere gli alti ideali della Rivoluzione Islamica fino alla vittoria finale”.Il bilancio iraniano degli ultimi due giorni è di 14 morti e 78 feriti, secondo il Ministero della Salute di Teheran, dopo raid Usa su cinque province. Al centro dello scontro resta lo Stretto di Hormuz. Teheran rivendica il controllo del corridoio da cui passa un terzo del petrolio via mare, nonostante fosse aperto al libero transito prima degli attacchi israelo-americani di febbraio. Washington lo considera una linea rossa. Dall’Air Force One il presidente Usa ha alzato il tiro. “Li abbiamo colpiti in modo molto duro, direi venti volte a uno: ogni volta che ci colpiscono, noi li colpiamo venti volte”, ha detto. E sentenzia: “L’intesa è finita”. Parole forti poi l’apertura, subito raffreddata: “L’Iran ha chiamato. Vogliono un accordo a tutti i costi, ma non so se vale la pena. Non so se lo rispetteranno”. L’avvertimento è chiaro: “Offensiva ancora più dura se Teheran non smette”.I mercati hanno reagito subito: borse in calo, petrolio in rialzo. In Iraq intanto si celebrano i funerali della Guida suprema Ali Khamenei, uccisa a febbraio. Hormuz è diventato il campo di battaglia. Non più solo sanzioni e dichiarazioni, ma droni e missili su basi americane nel Golfo. Il botta e risposta segna la fine di ogni tentativo di diplomazia. Gli Usa scelgono la deterrenza massima: colpire forte e subito, per costringere Teheran a cedere. L’Iran risponde allargando il fronte, portando gli attacchi fuori dai suoi confini e mirando a Kuwait, Qatar e Bahrein. È un messaggio: ogni pressione su Hormuz avrà un costo per le basi Usa nella regione.Trump gioca su due tavoli: alza i toni e parla di “venti a uno”, ma lascia aperta la porta a un accordo. Peccato che la fiducia sia azzerata. Senza garanzie reciproche, ogni tregua dura poche ore.Il rischio ora è concreto: un incidente in mare o un drone che centri obiettivi civili può trasformare la rappresaglia in guerra regionale. E con il petrolio che risale, il conto sarà molto salato per l’economia mondiale.

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