Ranucci-Lavitola. Le domande senza risposta da parte di chi li ha fotografati “bene”

sabato, 11 Luglio 2026
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Ci sono storie che, più si scavano, più si complicano. Il caso dell’attentato subìto da Sigfrido Ranucci nella notte tra il 16 e il 17 ottobre è una di queste. Al centro, un’ipotesi che pochi mesi fa sarebbe sembrata impossibile: il mandante dell’ordigno esploso davanti alla villetta del conduttore di Report, a Campo Ascolano, sarebbe Walter Lavitola, l’ex faccendiere condannato in via definitiva per tentata estorsione ai danni di Silvio Berlusconi — e, soprattutto, amico personale dello stesso Ranucci.

Un’inchiesta che si allarga

Le indagini, coordinate dalla Direzione distrettuale antimafia di Roma, avevano già portato all’esecuzione di quattro misure cautelari nei confronti degli esecutori materiali dell’attentato: una giovane coppia di Avella, un uomo di Sperone e un presunto capo del gruppo originario di Cicciano, individuati dopo che gli inquirenti erano risaliti al noleggio dell’auto usata per portare l’esplosivo sotto casa del giornalista. A fare da anello di congiunzione tra Lavitola e il commando sarebbe stato un cittadino camerunense di 47 anni, indagato anch’egli con funzioni di intermediario. Su Lavitola, imprenditore della ristorazione a Monteverde Vecchio, i carabinieri hanno eseguito una perquisizione disponendo il sequestro di telefoni e computer, mentre il fascicolo — inizialmente ordinato dal pm Carlo Villani, nel frattempo promosso Procuratore a Velletri — è ora nelle mani del Sostituto Edoardo De Santis.

I messaggi durante la perquisizione

Ed è proprio nelle ore della perquisizione che si colloca uno degli aspetti forse più delicati dell’intera vicenda. Mentre i carabinieri erano in casa sua, Lavitola avrebbe scritto a Ranucci alcuni messaggi che, a una prima lettura, potrebbero somigliare più a un canovaccio difensivo condiviso che a un semplice sfogo: un’ipotesi, va detto, tutta da verificare. Un contenuto che il vice-capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, Massimo Ruspandini, ha comunque giudicato meritevole di attenzione: “Dalla lettura dei quotidiani oggi emergono ulteriori dettagli sempre più sconcertanti sull’attentato a Sigfrido Ranucci”, ha dichiarato l’esponente meloniano, ricordando come lo stesso conduttore avesse in un primo momento indicato come possibile causa dell’attentato un servizio di Report sul cantiere navale Vittoria di Rovigo, insinuando un collegamento con Fratelli d’Italia.

Ruspandini ha fatto notare come sia stato proprio Lavitola, nel pieno della perquisizione, a scrivere a Ranucci frasi che potrebbero apparire come un suggerimento su cosa dichiarare agli inquirenti, qualora fosse stato chiamato in causa un presunto accordo tra i due sulla vicenda dell’esplosivo: un suggerimento difensivo, o solo la reazione concitata di chi si sente ingiustamente coinvolto? Un materiale che, ha concluso il parlamentare di FdI, basterebbe comunque per alimentare numerose puntate della trasmissione — se soltanto a esserne protagonista non fosse Report stesso.

Un’amicizia nata nel 2019

Il rapporto fra i due, del resto, non è mai stato un mistero per chi segue la cronaca politico-giudiziaria romana. Uscito dal carcere di Secondigliano nel 2016 dopo la condanna definitiva per tentata estorsione, Lavitola apre il ristorante Cefalù e — per stessa ammissione di Ranucci — è lì che nasce la loro amicizia, nel 2019. Un legame che nel maggio 2023 era già finito sulle pagine del Riformista, con alcune fotografie che ritraevano i due insieme a cena, in compagnia di un prelato vicino al Vaticano. Immagini che allora Ranucci fece di tutto per non far circolare, arrivando a subissare di telefonate e messaggi l’allora direttore del giornale.

Di fronte alle notizie sul possibile coinvolgimento dell’amico nell’attentato, Ranucci ha scelto la linea della fiducia nella magistratura, dichiarandosi al contempo convinto dell’estraneità morale di Lavitola: pur riconoscendo piena fiducia nel lavoro dei magistrati, ha aggiunto di essere certo che l’amico, quand’anche le accuse fossero fondate, non avrebbe mai voluto fargli del male. Una posizione che sembrerebbe esporre il conduttore a una contraddizione non facile da sciogliere: possibile che la fiducia nella magistratura valga fino a un certo punto, e si affievolisca proprio quando in gioco c’è un legame personale?

Retroscena: quelle cene che si volevano tenere riservate

Ho incontrato più volte Valter Lavitola. E ho visto entrare più volte, Sigfrido Ranucci, nel ristorante Cefalù. La prima volta nel 2021: entrai anche io nel ristorante e lo raggiunsi al tavolo per chiedergli conto dello strano giallo dell’Autogrill tra Matteo Renzi e Marco Mancini. Ranucci glissò, non rispose. Lo ritrovai a tavola con Lavitola nel 2023: scattai alcune foto, le pubblicammo. Da quel momento Lavitola e Ranucci iniziarono a telefonare, a scrivere, a tempestarci di pressioni perché quelle immagini e l’articolo che le accompagnava uscissero il prima possibile dalla circolazione. Oggi quella insistenza assume una luce diversa, e più inquietante. Perché tenevano così tanto a mantenere riservati quegli incontri?

C’è un dettaglio che allargherebbe ulteriormente il quadro: quando non si vedevano al ristorante romano, sarebbe stato Lavitola a raggiungere il conduttore Rai nella sua abitazione di Campo Ascolano. Cene e riunioni ancora più riservate, se confermate, fuori dalla portata di fotografi e cronisti. Ed è forse in questo perimetro che si collocherebbe il progetto di Lavitola di lanciare Ranucci alla guida del campo largo. Restano da capire i contorni reali di quel disegno, ammesso che di un disegno vero e proprio si sia trattato: si lavorava davvero a un’ipotesi politica, oppure — come sembra chiedersi in questi giorni lo stesso pm titolare dell’inchiesta — dietro quella prossimità c’era anche un interesse di Lavitola a orientare alcuni filoni delle inchieste di Report? Sono domande, appunto, non accuse.

Il sogno di Palazzo Chigi

C’è poi un capitolo ulteriore, forse il più rivelatore dello spirito del tempo in cui questa vicenda sembra consumarsi. Secondo alcune ricostruzioni di stampa, Lavitola avrebbe accarezzato per Ranucci un vero e proprio disegno politico, immaginandosi al suo fianco come consigliere in caso di ascesa a Palazzo Chigi, sul modello di quanto fu Gianni Letta per Berlusconi. Restano da definire molti dettagli: il sondaggio commissionato da un esponente del gruppo socialista europeo, il ruolo di due noti giornalisti, Paolo Mieli e Stefano Cappellini, e quello di due alti magistrati coinvolti da Lavitola. In ogni caso, se anche fosse solo un innocente gioco tra amici, il fatto stesso che una simile prospettiva sia stata approfondita e sondata dice qualcosa sul modo in cui, in questa fase, il circuito mediatico-giudiziario sembra candidarsi a sostituire la mediazione politica tradizionale.

Le domande che restano aperte

Resta anzitutto da capire se Ranucci, pur dicendosi fiducioso nell’operato dei magistrati, abbia in qualche modo contestato i tempi con cui, tre giorni dopo la notizia, si è proceduto alla perquisizione in casa dell’indagato camerunense. Ci si chiede inoltre perché il conduttore escluda categoricamente che dietro l’attentato possa esserci Lavitola, e se quella fiducia nei magistrati, tanto rivendicata, valga davvero fino in fondo quando in gioco c’è il suo amico.

Sorge spontaneo chiedersi, facendo appello alla logica, per quali altre ragioni si dovrebbe mettere una bomba sotto la macchina di un amico, se — come sostenuto dallo stesso Ranucci — non sarebbe stato comunque per nuocergli. Resta inoltre da chiarire se i due si siano davvero confrontati su un progetto di impegno politico, dato che vi risulterebbero coinvolti due giornalisti importanti e, si apprende, due magistrati; e sarebbe utile sapere chi, secondo Ranucci, fosse al corrente del sondaggio che Lavitola avrebbe condotto sul suo conto.

Ci si domanda per quale motivo i pm abbiano ritenuto di interrogare il giornalista Daniele Autieri, per sapere da lui se Report abbia seguito filoni di inchiesta su richiesta di Valter Lavitola — e quale risposta darebbe lo stesso Ranucci, se interpellato sullo stesso punto. Infine, resta da capire come si spieghi che Lavitola, nella concitata fase del sequestro dei telefoni, sia riuscito a chiamare Ranucci per dirgli esplicitamente che, in caso di sospetta orchestrazione, sarebbe stato indagato anche lui.

Noi siamo giornalisti e poniamo domande. Avere risposte sarebbe importante, forse anche urgente. Ma non crediamo che Ranucci risponderà. Ed è un peccato. Perché noi non siamo animati dallo spirito di Report: siamo garantisti. E però vogliamo vederci chiaro. Speriamo che Ranucci senta questo nostro stesso dovere di verità e trasparenza: lo deve ai milioni di italiani che, in buona fede, gli hanno espresso solidarietà dopo l’attentato.

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