Un tempo alleati strategici per portare l’intelligenza artificiale generativa nelle tasche di milioni di utenti, oggi avversari in un’aula di tribunale federale. La causa depositata da Apple presso la Corte federale del Northern District of California segna una svolta nei rapporti tra il colosso di Cupertino e OpenAI. Nell’atto di citazione, Apple sostiene che la società guidata da Sam Altman abbia accelerato il proprio ingresso nel settore dei dispositivi basati sull’intelligenza artificiale utilizzando informazioni riservate, segreti commerciali e dati di filiera che la stessa Apple ritiene siano stati sottratti da alcuni suoi ex dipendenti.
È importante precisare che si tratta di accuse formulate da Apple e che dovranno essere accertate nel corso del procedimento. OpenAI ha respinto integralmente le contestazioni, dichiarando tramite un proprio portavoce di «non avere alcun interesse nei segreti commerciali di altre aziende» e di essere concentrata esclusivamente sullo sviluppo indipendente di tecnologie innovative.
Al di là delle contestazioni giudiziarie, la vicenda evidenzia uno scontro destinato ad avere conseguenze ben più ampie della tutela della proprietà intellettuale. In gioco c’è il controllo della piattaforma tecnologica che potrebbe raccogliere l’eredità dello smartphone nell’era dell’intelligenza artificiale.
Dal patto su Siri alla competizione nell’hardware
La vicenda assume un sapore quasi paradossale se si guarda al recente passato. Nel 2024 Apple e OpenAI avevano annunciato uno storico accordo per integrare ChatGPT all’interno di Siri. Per Apple rappresentava il modo più rapido per rafforzare la propria offerta nell’intelligenza artificiale generativa; per OpenAI significava poter raggiungere una base di oltre un miliardo di dispositivi Apple.
Nel frattempo, però, gli interessi delle due aziende hanno iniziato a divergere. OpenAI ha manifestato l’intenzione di non limitarsi allo sviluppo di modelli linguistici e software, ma di entrare direttamente nel mercato dei dispositivi hardware basati sull’intelligenza artificiale. Tra le ipotesi circolate negli ultimi mesi figurano auricolari intelligenti, dispositivi indossabili e, secondo le analisi dell’esperto Ming-Chi Kuo, anche un possibile dispositivo AI destinato alla produzione di massa non prima del 2027.
Per sostenere questo progetto, OpenAI ha assunto numerosi ex dipendenti Apple, tra cui dirigenti e progettisti di primo piano.
Secondo quanto riportato nella denuncia, oltre 400 ex dipendenti Apple lavorerebbero oggi presso OpenAI. Il dato, di per sé, non costituisce alcuna prova di condotte illecite. In California, infatti, la mobilità dei lavoratori è fortemente tutelata e le clausole di non concorrenza sono generalmente nulle o fortemente limitate. La contestazione di Apple non riguarda quindi il semplice passaggio di personale, bensì il presunto trasferimento di documentazione riservata.
I protagonisti della disputa: io Products e il caso Chang Liu
La causa ricostruisce una complessa rete di rapporti professionali e acquisizioni societarie.
Tra le figure centrali compare Tang Tan, storico dirigente Apple che per circa venticinque anni ha ricoperto ruoli di primo piano nello sviluppo hardware di prodotti come iPhone e Apple Watch. Successivamente Tan, insieme al celebre designer Jony Ive e alla designer Evans Hankey, ha dato vita a io Products, società poi acquisita da OpenAI in un’operazione che la stampa internazionale ha valutato intorno ai 6,5 miliardi di dollari.
Se la posizione di Tang Tan riguarda prevalentemente la strategia industriale, le contestazioni più circostanziate contenute nella causa riguardano l’ex ingegnere Apple Chang Liu.
Secondo Apple, Liu avrebbe continuato ad accedere ai sistemi informatici aziendali anche dopo la cessazione del rapporto di lavoro, scaricando numerosi file riservati.
La documentazione che Apple ritiene sia stata sottratta comprenderebbe:
- specifiche ingegneristiche dettagliate;
- piani di sviluppo relativi a prodotti hardware non ancora annunciati;
- presentazioni tecniche interne;
- dati proprietari relativi alla supply chain e ai rapporti con i fornitori.
Apple sostiene che tali informazioni avrebbero potuto consentire a OpenAI di abbreviare alcune fasi dello sviluppo industriale di nuovi dispositivi, evitando parte del lavoro normalmente richiesto per progettare e realizzare hardware su larga scala. Sarà tuttavia il procedimento giudiziario ad accertare se tali documenti siano stati effettivamente acquisiti, utilizzati e, soprattutto, se possano essere qualificati come segreti commerciali ai sensi della normativa applicabile.
Cosa chiede Apple al tribunale
Oltre a un processo con giuria, Apple ha richiesto una serie di misure cautelari e risarcitorie.
Tra queste figura un’ingiunzione volta a impedire agli imputati di distruggere o alterare documenti, registri digitali, server e comunicazioni interne che potrebbero assumere rilievo probatorio durante il procedimento.
Una fase particolarmente importante sarà quella della discovery, ossia il procedimento previsto dal diritto processuale civile statunitense nel quale le parti possono richiedere e ottenere l’esibizione di documenti, email, registri informatici e altri elementi di prova.
Sul piano economico Apple chiede inoltre il riconoscimento di una reasonable royalty (royalty ragionevole), uno dei criteri utilizzati dal diritto statunitense per quantificare il danno qualora risulti difficile determinare con precisione il pregiudizio economico subito. In sostanza, il tribunale potrebbe stimare quale sarebbe stato il corrispettivo che OpenAI avrebbe dovuto pagare per ottenere legittimamente una licenza d’uso delle informazioni contestate, qualora ne fosse accertato l’utilizzo illecito.
Il rischio per il progetto hardware di OpenAI
L’eventuale conseguenza più rilevante per OpenAI potrebbe non essere il risarcimento economico, bensì un possibile rallentamento del proprio programma hardware.
Qualora Apple riuscisse a dimostrare che determinati progetti o tecnologie derivano dall’utilizzo di informazioni riservate, potrebbe chiedere ulteriori misure cautelari. Nei casi più gravi, il giudice potrebbe ordinare limitazioni all’impiego di specifici materiali, imporre la restituzione o la distruzione della documentazione contestata oppure richiedere modifiche ad alcuni progetti. L’adozione di simili provvedimenti, tuttavia, dipenderà dalle prove che emergeranno nel corso del procedimento e non è in alcun modo automatica.
Anche in assenza di un blocco giudiziario, una controversia di questo tipo potrebbe incidere sui tempi di sviluppo dei nuovi dispositivi e aumentare l’incertezza attorno al progetto hardware di OpenAI.
Una sfida per l’era post-smartphone
Al di là degli aspetti strettamente giuridici, la causa rappresenta uno dei primi grandi scontri dell’era dell’intelligenza artificiale applicata ai dispositivi consumer.
Apple continua a controllare uno degli ecosistemi hardware e software più integrati del settore tecnologico. OpenAI, dal canto suo, dispone di uno dei marchi più forti nell’intelligenza artificiale generativa, ma punta a ridurre la dipendenza dalle piattaforme di terzi costruendo un rapporto diretto con gli utenti attraverso nuovi dispositivi.
Le prossime tappe del procedimento potrebbero comprendere richieste di rigetto delle accuse, misure cautelari e una fase di discovery particolarmente complessa. Non può inoltre essere esclusa una soluzione extragiudiziale, ipotesi frequente nelle controversie commerciali statunitensi, che potrebbe prevedere verifiche indipendenti sui sistemi informatici, eventuali limitazioni all’utilizzo dei materiali contestati e un accordo economico tra le parti.
Per Apple la causa rappresenta un tentativo di difendere il proprio patrimonio tecnologico e industriale. Per OpenAI sarà invece fondamentale dimostrare che lo sviluppo dei futuri dispositivi hardware è frutto di attività autonoma e indipendente, senza alcun utilizzo di segreti commerciali appartenenti a Cupertino.



