Non ha perso tempo, Matteo Salvini, a cavalcare la dolorosa vicenda di Mario Roggero. È andato ad abbracciare le gioiellerie nel carcere di Bollate, per poi dichiarare che sarebbe “orgoglioso” di candidarlo. Più sobria, ma non meno solidale, Giorgia Meloni, la quale rivendica di aver dato al ministro Nordio l’imput per la concessione della grazia.
Da sinistra rispondono a queste iniziative con il solito coro indignato. Giuseppe Conte accusa gli avversari di «sciacallaggio» mentre Carlo Calenda dice che il governo vuol fare «propaganda». Più di tanto però gli esponenti dell’opposizione non si espongono, sapendo bene che il grosso dell’opinione pubblica è dalla parte del gioielliere in prigione. Le bordate più dure, la sinistra le affida a personaggi, sì autorevoli, ma che non sono più in prima linea, come l’ex ministro dell’Interno Marco Minniti, il quale si scaglia contro la «super giuria dei social» e afferma che, quella di Roggero, «non è legittima difesa». A sferrare i colpi bassi è però la stampa vicina all’opposizione, la quale adombra la possibilità che il gioielliere sia un tipo facinoroso, avendo egli minacciato con la pistola, una ventina di anni fa, il fidanzato della figlia insieme ai genitori del ragazzo. Poi la famiglia di Roggero ha precisato che il suddetto fidanzato aveva preso a schiaffi e a pugni la ragazza lasciandola di sera in mezzo la strada. Mario aveva tirato fuori l’arma perché il padre del giovane l’aveva colpito con un pugno.
Comunque siano andate le cose, rimane il fatto che questo caso politico-giudiziario ha riacceso il vecchio scontro tra la destra “giustiziera” (il diritto all’autodifesa è intangibile) e la sinistra “giustizialista” (i giudici hanno sempre ragione).
Dietro l’odierno conflitto politico ritroviamo l’antica contrapposizione “antropologica” tra schieramenti, con la destra modello “far west” e con la sinistra sospesa tra la categoria dei “parrucconi” e quella dei “boy scout”.
Diciamo che, dal punto di vista del consenso popolare, questa contrapposizione risulta piuttosto redditizia per le forze della maggioranza perché fa leva sul sentimento di insicurezza diffuso e sulla spontanea identificazione del cittadino medio con un padre di famiglia che reagisce efficacemente all’aggressione da parte di malviventi.
Dall’altra però, il centrodestra schierato dalla parte di Roggero, alimenta gli stereotipi (imposti dalla sinistra) di una destra vocata alla “torsione autoritaria” e al “disprezzo” dello Stato di diritto.
A molti sfugge il fatto che la riproposta di questo scontro rappresenta il sintomo della crisi della politica in quanto tale. Crisi della destra di governo, perché questa ripiega sui vecchi modelli di consenso (la domanda di sicurezza, appunto) senza essere riuscita ad attuare le riforme promesse. Ma crisi anche della sinistra di opposizione, la quale brandisce la solita arma della delegittimazione ideologica degli avversari perché a sua volta incapace di elaborare una credibile alternativa di governo.
Assistiamo, al dunque, alla solita zuffa per racimolare pochi punti in più di gradimento elettorale, laddove invece, a un anno (più o meno) dalle elezioni, le forze politiche dovrebbero cominciare a confrontarsi su come permettere alla società italiana di superare la situazione stallo in cui si trova e di rimuovere i ritardi strutturali che mortificano le potenzialità del sistema Paese.
E poi, diciamocelo, questa polemica non fa neanche bene allo stesso Roggero, il quale vedrà aumentate le sue possibilità di ottenere la grazia solo se, attorno al suo caso, si evitano inutili polveroni politici.



