La Religione dell’Umanità, Saint-Simon e Comte i nuovi idoli della sinistra
Marx è uscito dal dibattito pubblico ormai da decenni, almeno dal crollo del muro di Berlino. Se il fondatore del materialismo storico è ormai relegato negli scaffali universitari chi ha preso il suo posto nell’immaginario della sinistra contemporanea? Incredibile a dirsi, ma sono proprio gli autori più criticati da Marx: gli utopisti e positivisti Saint Simon e Comte. Il primo padre putativo del secondo.
Entrambi fautori di una società dove il politico avrebbe dovuto cedere il passo all’economico, le aristocrazie militari e religiose, definite “parassitarie” e oziose”, avrebbero dovuto lasciare il governo delle nazioni agli industriali, guidati dagli scienziati, e la religione dell’umanità avrebbe dovuto prendere il posto della tradizione teologica.
Se Marx ha fallito nel prevedere il futuro, questi due autori, Claude-Henri de Rouvroy Conte di Saint Simon e Auguste Comte, hanno al contrario ben saputo interpretare le tendenze intellettuali e sociali dell’epoca prevedendo quello che poi sarebbe diventato l’Occidente ovvero un insieme eterogeneo di Stati retti dall’affermazione incontrastata del potere borghese, guidati dal dogma della scienza, che avrebbe marginalizzato le istituzioni militari e religiose, diventate semplici appendici del loro potere industriale, e, cosa molto più importante, fondati sulla nuova religione dell’Umanità.
Nel suo saggio postumo “Nuovo Cristianesimo” (1825) Saint-Simon ipotizzò, infatti, lo svuotamento dei dogmi tradizionali a favore dell’unico precetto valido per un fautore del progresso e della ragione: quello della sacralità dell’uomo. Comte, andò oltre, istituzionalizzando questa intuizione con la costituzione di una “Chiesa della Religione dell’Umanità” dove Dio è sostituito dal “Grande Essere”, ovvero l’Umanità stessa, i Santi dagli scienziati e i sacerdoti dagli industriali in quanto benefattori dell’umanità attraverso il progresso.
Entrambi i pensatori anticiparono tendenze in atto ovvero compresero che l’Occidente, ormai avviato al potere indiscusso degli industriali e alla secolarizzazione, non avrebbe abbandonato l’esigenza di un’assolutezza morale che da un essere astratto come Dio sarebbe passato ad un essere concreto come l’uomo. Questa transizione ha gettato le basi dell’odierna cultura dei diritti umani, intesa come una vera e propria religione civile transnazionale. Si è di fatto compiuta, grazie a loro, la divinizzazione dell’individuo portatore di diritti inalienabili e universali.
Nessuno obietta sull’importanza di riconoscere diritti inalienabili all’individuo, specialmente se migrante, tuttavia, l’adozione di un approccio fideistico e dogmatico ai diritti umani oggi rappresenta una pericolosa minaccia geopolitica, in quanto agisce come un fattore di vulnerabilità per la sicurezza dell’Occidente.
Oggi i governi di sinistra tendono a proiettare questi valori come imperativi categorici universali, dimenticando che essi sono il prodotto di una specifica evoluzione storica, filosofica e sociale. Infatti, quando i diritti umani vengono trattati con l’assolutezza tipica del dogma religioso, si produce una cecità strategica, in quanto l’approccio religioso ai diritti tende a immunizzare il dibattito da qualsiasi analisi di realtà o di costi-benefici, cruciali per la sicurezza nazionale, come la gestione dei flussi migratori, la difesa dei confini o gli accordi economici o in chiave anti-terroristica con regimi autoritari che vengono giudicate esclusivamente su una scala morale di “bene” contro “male”.
Se, ad esempio, provate a far ragionare un esponente di sinistra sulla necessità di limiti quantitativi e qualitativi nella gestione del fenomeno migratorio noterete in loro chiusura mentale e reazioni “scandalose” tipiche dell’intransigenza religiosa. Questo approccio religioso sta seriamente mettendo in pericolo le democrazie occidentali perché le disarma, privandole degli strumenti pragmatici per la loro soluzione, e ne frammenta la coesione interna attraverso una continua polarizzazione politica, proprio mentre la sicurezza collettiva richiederebbe la condivisione di decisioni strategiche razionali.
Per uscire da questa impasse, prima di tutto cognitiva, la sinistra deve fare un enorme lavoro di autoanalisi necessaria a rendersi conto dell’origine intellettuale di un certo dogmatismo, che è tutto fuorché marxista, e che ha origine in autori, come quelli surricordati, che vanno necessariamente contestualizzati, perché scrivevano in un’epoca dominata da forti divari sociali e da una eccessiva, a tratti religiosa, fede nella scienza vista come panacea di tutti i mali anche sociali.
A destra, al contrario, oltre a svelare questi meccanismi inconsci nell’attuale intellighenzia di sinistra deve evitare accuratamente ogni polarizzazione che sfoci inevitabilmente nell’irrazionalismo della contrapposizione tra fazioni. E’ un lavoro dialettico molto difficile ma ne va dell’interesse nazionale e della sicurezza di tutto l’Occidente.
Articolo di Contro-Verso



