Contro il sovraffollamento delle carceri il governo accelera. E la stretta è evidente. Il Senato ha dato l’ok al ddl Nordio-Schillaci che apre alla detenzione domiciliare per i detenuti tossicodipendenti e alcol dipendenti che accettano un programma di recupero. Potenziali beneficiari: quasi 11mila tossici e 3.700 alcolisti. Il provvedimento punta a due obiettivi: decongestionare le carceri e ampliare i percorsi di cura fuori dal carcere. Nel dettaglio, potranno chiedere la misura i condannati con pena fino a 8 anni, o 4 anni per reati di maggiore pericolosità sociale. La detenzione avverrà in strutture specializzate, pubbliche o private autorizzate, con un programma terapeutico residenziale. Una commissione centrale presso la Presidenza del Consiglio dovrà certificare dipendenza e idoneità del percorso. La platea è ampia. Al 31 dicembre 2024 erano 19.755 i detenuti tossicodipendenti, il 31,9% della popolazione carceraria, a cui si aggiungono circa 6.300 alcol dipendenti. Tenendo conto del limite di pena, i potenziali destinatari salgono a quasi 11mila tossici e 3.772 alcolisti. Però la cautela è d’obbligo: per il 2026 si stimano solo 217 richieste da tossicodipendenti e 76 da alcol dipendenti. Il problema sono i posti. A luglio 2022 le comunità terapeutiche avevano 13.276 posti, quasi tutti privati e già saturati. I fondi previsti coprirebbero non più di 500 posti aggiuntivi. C’è anche una corsia veloce per la definizione anticipata del processo, sul modello del patteggiamento, sempre legata all’adesione a un programma di recupero. Mentre esulta per la nuova legge la maggioranza e il ministero Nordio che la definisce epocale, la norma non piace però ai Cinque Stelle, che hanno votato contro. A favore della legge sui domiciliari hanno votato Lega e Fratelli d’Italia della maggioranza mentre il Pd si è astenuto. In sintesi possiamo dire che il disegno di legge è una scommessa a doppio binario: umanizzare la pena per chi ha una dipendenza e alleggerire carceri che restano al collasso. L’idea è chiara: “Se ti curi, ti faccio uscire”. Ma tra norme e realtà c’è un buco. Le comunità non bastano e i fondi coprono briciole. Le polemiche la fanno da padrone. C’è chi accetta la norma c’è invece chi ha da ridire: senza strutture e senza rete sanitaria territoriale, il rischio è quello di scarcerare sulla carta e lasciare le persone senza dove andare. Inoltre la selezione clinica è decisiva, non tutti i malati hanno bisogno di una comunità residenziale. Per molti basterebbe un programma ambulatoriale a casa. Il governo ci prova. Se funziona, toglie 10mila persone dalle carceri. Se fallisce, saranno solo buone intenzioni affondate dalla mancanza di posti.



