Carceri, ok ai domiciliari per i tossicodipendenti in cura. Scatta la polemica  

giovedì, 30 Luglio 2026
1 minuto di lettura

 

Contro il sovraffollamento delle carceri il governo accelera. E la stretta è evidente. Il Senato ha dato l’ok al ddl Nordio-Schillaci che apre alla detenzione domiciliare per i detenuti tossicodipendenti e alcol dipendenti che accettano un programma di recupero. Potenziali beneficiari: quasi 11mila tossici e 3.700 alcolisti. Il provvedimento punta a due obiettivi: decongestionare le carceri e ampliare i percorsi di cura fuori dal carcere. Nel dettaglio, potranno chiedere la misura i condannati con pena fino a 8 anni, o 4 anni per reati di maggiore pericolosità sociale. La detenzione avverrà in strutture specializzate, pubbliche o private autorizzate, con un programma terapeutico residenziale. Una commissione centrale presso la Presidenza del Consiglio dovrà certificare dipendenza e idoneità del percorso. La platea è ampia. Al 31 dicembre 2024 erano 19.755 i detenuti tossicodipendenti, il 31,9% della popolazione carceraria, a cui si aggiungono circa 6.300 alcol dipendenti. Tenendo conto del limite di pena, i potenziali destinatari salgono a quasi 11mila tossici e 3.772 alcolisti. Però la cautela è d’obbligo: per il 2026 si stimano solo 217 richieste da tossicodipendenti e 76 da alcol dipendenti. Il problema sono i posti. A luglio 2022 le comunità terapeutiche avevano 13.276 posti, quasi tutti privati e già saturati. I fondi previsti coprirebbero non più di 500 posti aggiuntivi. C’è anche una corsia veloce per la definizione anticipata del processo, sul modello del patteggiamento, sempre legata all’adesione a un programma di recupero. Mentre esulta per la nuova legge la maggioranza e il ministero Nordio che la definisce epocale, la norma non piace però ai Cinque Stelle, che hanno votato contro. A favore della legge sui domiciliari hanno votato Lega e Fratelli d’Italia della maggioranza mentre il Pd si è astenuto. In sintesi possiamo dire che il disegno di legge è una scommessa a doppio binario: umanizzare la pena per chi ha una dipendenza e alleggerire carceri che restano al collasso. L’idea è chiara: “Se ti curi, ti faccio uscire”. Ma tra norme e realtà c’è un buco. Le comunità non bastano e i fondi coprono briciole. Le polemiche la fanno da padrone. C’è chi accetta la norma c’è invece chi ha da ridire: senza strutture e senza rete sanitaria territoriale, il rischio è quello di scarcerare sulla carta e lasciare le persone senza dove andare. Inoltre la selezione clinica è decisiva, non tutti i malati hanno bisogno di una comunità residenziale. Per molti basterebbe un programma ambulatoriale a casa. Il governo ci prova. Se funziona, toglie 10mila persone dalle carceri. Se fallisce, saranno solo buone intenzioni affondate dalla mancanza di posti.

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.