Ci sono libri che si leggono con gli occhi e libri che entrano sotto la pelle. Questo appartiene alla seconda specie: di quelli che non chiedono permesso e ti si depositano nel petto, come un peso costante, come un lutto di cui non conosci ancora i contorni. Gaza – Diario di un medico nasce da un gesto preciso di Crêuza de Mä, dalla scelta di una casa editrice che ha sentito l’urgenza di dare parola a chi resta confinato dentro l’inferno della storia, a chi vive schiacciato in un tempo e in un luogo che il resto del mondo preferisce guardare da lontano, con la coda dell’occhio, giusto il tempo di un titolo prima di voltare pagina; e già questo — prima ancora di aprirlo — dice qualcosa su dove vogliamo stare quando il mondo brucia, se dalla parte di chi tace o dalla parte di chi si ostina a raccontare.
Poi cominci a leggere il diario di Salman Khalid, medico di pronto soccorso che scrive in tempo reale dalle corsie dell’ospedale al-Aqsa, e la lettura smette di essere lettura: diventa corpo. Senti il rumore delle corsie prima ancora di immaginarlo, quel brusio metallico e continuo che non conosce silenzio, le voci che si accavallano, i passi che corrono su un pavimento che non è mai pulito abbastanza, il cigolio di una barella, il pianto che arriva a ondate e poi si spezza in un modo che ti fa venire voglia di chiudere il libro e non riesci; senti la stanchezza dei turni depositarsi negli avambracci, nelle palpebre che pesano, in quella lucidità febbrile di chi non dorme da troppe ore e continua a decidere, a scegliere chi curare prima, a portare quel peso che nessuna specializzazione insegna davvero a reggere. E c’è il ritmo, soprattutto, che ti prende: perché il diario è scritto giorno dopo giorno, notte dopo notte, e tu leggendo assecondi quel respiro affannato, l’attesa breve prima dell’arrivo dei feriti, poi l’urto, poi il vuoto momentaneo, poi di nuovo l’attesa, in un’alternanza che ti entra nel diaframma e non ti lascia mai davvero riposare. Khalid non addolcisce niente, e questa è la sua onestà più feroce: la vita e la morte degli innocenti gli passano tra le mani ogni giorno, i bambini soprattutto, i corpi piccoli che non dovrebbero mai trovarsi su quei tavoli, e tu che leggi ti ritrovi a trattenere il fiato come se stringere la mascella potesse rallentare l’emorragia di qualcuno a migliaia di chilometri di distanza, come se la tua immobilità potesse in qualche modo fare la differenza, e naturalmente non può, e questa impotenza è forse la ferita più profonda che il libro ti lascia. Perché tra una pagina e l’altra ci sono anche i colleghi che non smettono di curare, le mani di chi resta quando restare è la cosa più difficile, la dignità di una popolazione sospesa tra la devastazione e il rifiuto ostinato di sparire, e proprio questa scintilla di umanità che resiste — mentre tutto intorno crolla — è ciò che rende la lettura insopportabile e necessaria insieme.
È un urto, questo libro, non una narrazione: ti scuote la carne, ti toglie il respiro, ti costringe a sentire nella tua pancia il peso della devastazione che lui descrive con lo stile essenziale di chi non ha tempo per le metafore perché deve tornare in sala, di chi scrive tra un turno e l’altro non per fare letteratura ma per non impazzire, per lasciare traccia, per gridare senza voce. E allora il dolore privato di ogni pagina si allarga, esce dai confini di quella corsia e di quel diario, diventa una richiesta d’aiuto che ti riguarda, che riguarda tutti, che non lascia scampo alla comodità della distanza né all’alibi del non sapere.
Che Crêuza de Mä abbia scelto di rendere accessibile questa testimonianza — in ebook prima ancora che in libreria, perché arrivasse dove i giovani già sono, perché certi contenuti hanno il diritto e il dovere di circolare — non è un dettaglio editoriale: è un atto politico e umano, il rifiuto preciso di lasciare che l’orrore resti muto e che noi restiamo indifferenti, comodi, assolti dalla nostra vita tranquilla. Si esce da queste pagine con un senso di colpa che non si placa, con la sensazione fisica di essere stati toccati da qualcosa che non ci apparteneva eppure ci apparteneva da sempre, e con una sola urgenza addosso: urlare al mondo ciò che si è sentito sulla pelle, non lasciare che questo dolore torni al silenzio da cui Khalid ha avuto il coraggio di strapparlo. Impossibile restare uguali a prima.
Vittorio Zenardi



