Il “sistema” Trump ha ottenuto ingenti vantaggi, in termini economici, dal secondo mandato presidenziale del tycoon. Non altrettanto si può dire per il Paese che guida.
La guerra dei dazi imposta dal Presidente degli Usa, infatti, sta presentando il conto: ed è salato. Soprattutto, adesso Trump è costretto a fronteggiare un problema che si muove su due binari paralleli: quello economico, con rimborsi record, e quello giudiziario, con nuove azioni legali che si sommano a un contenzioso già molto vasto.
Dopo la bocciatura della Corte Suprema, che ha dichiarato illegittime alcune delle tariffe introdotte durante il mandato repubblicano perché prive di una base giuridica sufficiente, l’amministrazione ha dovuto restituire oltre 100 miliardi di dollari alle imprese che negli anni avevano pagato importi elevati per continuare a importare componenti, semilavorati e beni finiti. Secondo i dati ufficiali, più del 60% dei rimborsi è già stato liquidato, coinvolgendo migliaia di aziende di ogni dimensione. Le misure, presentate come strumento per riequilibrare i rapporti commerciali con la Cina e proteggere la manifattura statunitense, avevano generato proteste diffuse: molte imprese avevano denunciato costi più alti, catene di approvvigionamento spezzate e una competitività indebolita.
La decisione della Corte ha aperto la strada a una valanga di richieste di rimborso, trasformando una politica pensata per rafforzare l’industria nazionale in un onere inatteso per il bilancio federale. Le procedure di restituzione, avviate da imprese americane e straniere, stanno ridisegnando il quadro della politica commerciale degli Stati Uniti e mostrando quanto la complessità normativa possa ribaltare gli effetti di misure concepite come leve strategiche.
A questo scenario si aggiunge ora un fronte giudiziario ancora più ampio: 25 Stati americani, tra cui New York, California e Illinois, hanno depositato un ricorso presso la Corte del Commercio Internazionale contro l’ultima tornata di dazi introdotta da Trump. Secondo i procuratori generali, la Casa Bianca avrebbe abusato della Sezione 301 del Trade Act del 1974 per reintrodurre tariffe già annullate o giunte a scadenza, imponendo imposte tra il 10% e il 12,5% su importazioni provenienti dalla maggior parte dei partner commerciali. La procuratrice generale di New York, Letitia James, accusa l’amministrazione di voler aumentare i costi per famiglie e imprese attraverso misure che il presidente non avrebbe il potere di imporre unilateralmente. L’esecutivo giustifica le nuove tariffe con un’indagine che avrebbe individuato casi di lavoro forzato in circa 60 economie, ma i ricorrenti contestano questa motivazione, sostenendo che si tratti di una politica tariffaria generalizzata e non di un intervento mirato.
La nuova causa si inserisce in un contenzioso già alimentato dalla precedente bocciatura della Corte Suprema e dalle richieste di rimborso delle aziende importatrici, delineando un quadro in cui la strategia tariffaria dell’era Trump continua a produrre effetti economici e politici di vasta portata, la cui positività è tutta da dimostrare.
